lunedì 5 febbraio 2018

L'UOMO VERO. 20'anni fa l'universale interpretazione di Jim Carrey in The Truman Show.


La vita non è qualcosa che si possa affrontare scherzando. Quella è commedia. Materia che già abbonda, nel nostro paese.
Non la si può prendere neanche troppo seriamente. L'ironia è una qualità specificamente umana, e senza di essa saremmo destinati a cedere allo sconforto, ad una tragedia senza fine.
Ho rivisto The Truman Show, il film di Peter Weir che, 20'anni fa, in tempi non sospetti, smontava per intero il meccanismo del reality show, format che avremmo poi visto letteralmente imperare, tanto da portare alla nascita di canali tematici real. Rivisto con il senno di poi, ha suscitato in me una tenerezza prossima alla malinconia: per il suo protagonista, la cui esistenza è depredata nell'intimo; per noi tutti, incapaci troppo spesso di impedire che i nostri sentimenti più puri vengano irretiti subdolamente.
Per essere un prodotto di notevolissimo spessore autorale e – sorprendentemente – di grande successo commerciale, fu davvero poco premiato. Ma il sistema, si sa, non tollera insubordinazioni.
The Truman Show fu anche il film che mostrò il talento, fino ad allora inespresso sul fronte 'impegnato', di Jim Carrey, la cui carriera risultava relegata esclusivamente all'ambiente della comicità e della commedia brillante o demenziale.
L'interpretazione di Truman Burbank fu di un tale livello, così piena di vitalità e di poesia, da spianargli la strada, l'anno successivo, per un'altra grande pellicola, Man On The Moon, di Milos Forman - a mio parere il film per il quale Carrey verrà ricordato.
A riprova di ciò, le due prove si tradussero in altrettanti Golden Globes come miglior attore protagonista. Il resto è storia.
Ma ciò di cui voglio parlarvi, oggi, è come questo talento naturale e smisurato – il Peter Sellers americano – diede prova di ponderatissima consapevolezza del proprio ruolo in quel di Hollywood, all'interno della 'macchina', in occasione del conferimento dell'MTV Award per The Truman Show. Di come un artista che stava ricevendo il meritato riconoscimento per il proprio lavoro in ambito 'serio', con un film che denunciava 'il sistema' come falso, manipolatorio ed intrusivo, riuscì a risolverne la contraddizione.
Vi invito a compiere uno sforzo di comprensione ed attenzione al filmato che segue. Ne vale la pena. Darà senso a quanto si dirà più avanti.

Dichiarato vincitore, Jim Carrey, solo ed irriconoscibile, lascia la poltrona con oppiacea lentezza (da non perdere la faccia di Ben Stiller, che siede davanti a lui). Ha in mano una sigaretta dal contenuto sospetto. Bacia la presentatrice sulla bocca. Attacca il discorso cantando con vocalità alcolemica. Scambia la cerimonia con la notte degli Oscar e prosegue con del puro nonsense spiritual-esoterico (“... dancing for the man just ain't where it's at.”). Dedica il riconoscimento ai suoi 'nuovi amici bikers'. Prosegue a fumare noncurante del contesto. A tratti si mostra assente. Accarezza i capelli lunghi rimanendovi impigliato. Ringrazia MTV per aver dato tutti loro la scusa per l'ennesimo party, e se la prende con la direzione artistica dicendo di non sopportare il rap e di volere più rock. Vira verso un atteggiamento spudoratamente macho ringraziando tutte le signore presenti, per poi dichiarare: “Ci sono un po' di belle fighe in questa stanza, stasera.”. (L'audio è censurato, ma se si osserva la reazione stupito-esilarata delle donne presenti, si può essere certi che abbia detto proprio così: “There are some fine-looking PUSSY in this room tonight.”. Prestate attenzione. è l'unico momento nel quale Carrey, anch'egli divertito, sembra perdere il controllo sul personaggio). Lo schema è saltato. Taglia il fiato a tutti i presenti rincarando subito la dose con una nota da erotomane: “Finirete tutte nelle mie fantasie, ve lo dico.”. “Non mi importa chi siano i vostri papà.”. Il treno è ormai lanciato e nessuno più può fermarlo: “Ehi, viene al party, la pollastra del video di Ricky Martin? Non ho idea di chi sia, ma ho proprio l'intenzione di scoprirlo.”. Sorride. Mostra un incisivo mancante. Nessuno più è in grado di trattenere le risate.
Cioè, MTV era allora l'emittente con la maggiore influenza commerciale a livello planetario. Influenza che avrebbe impiegato, negli anni successivi, proprio per produrre e diffondere format reality come Jersey Shore, Teen Mom, My Super Sweet 16, Ex On The Beach e The Osbournes e via dicendo. Carrey si trovava quindi nella tana del lupo, premiato per un film che dipingeva quella stessa tana come una spelonca di falsari e di ipocriti. Presentarsi in quelle vesti fu un colpo di genio: combattè il falso con il falso, e ne uscì vincitore.
La grandezza di Jim Carrey sta nell'avere così preservato integra l'universalità della sequenza finale di The Truman Show, quella dove Truman decide di oltrepassare la soglia dello studio televisivo, addentrandosi nel buio.
Non siamo forse, noi tutti, tanti piccoli Truman Burbank, impegnati a riappropriarci della nostre rispettive esistenze?
Uno smoking, del cerone ed uno stucchevole discorso scritto avrebbero certamente compromesso tutto.
Avete compreso, ora, la differenza tra un artista e un buffone?

mercoledì 31 gennaio 2018

SCEMO & PIÙ SCEMO. Radio Deejay e Radio Freccia banalizzano in diretta due grandi film.


Poche altre cose mi risultano maggiormente urtanti del sentire banalizzati o fraintesi i film che amo.
È toccato giorni fa a Into The Wild–Nelle Terre Selvagge ricevere tale trattamento, per mano di Nikki e della cricca di Tropical Pizza (Radio Deejay), i quali hanno sostenuto, in diretta – forti di un'ascoltatore intervenuto via sms – che il bel film di Sean Penn, del quale ricorre il decennale, è perfetto per 'concludere'. Traduzione: limonare.
Sia chiaro: limonare è bellissimo. Ma la pratica non gode di carta bianca. Voglio dire: uno non interrompe l'evacuazione perché ha occasione per limonare. C'è un momento per tutto.
Vi starete chiedendo – immagino – com'è che il vostro umile cantastorie rientra nel novero degli ascoltatori di Tropical Pizza. È semplice: penso non vi sia nulla di più corroborante per la propria autostima del mettersi a confronto con persone le cui carriere riteniamo coronate da immeritato successo. Se tale mediocrità può godere di una base d'ascolto a livello nazionale, quelli come noi non sono ancora morti. Hanno un domani. Training autogeno, signori.
Di tutte le sequenze memorabili - della commistione fortissima con la colonna sonora, del messaggio politico, dell'interpretazione di Emile Hirsch, della regia naturista di Penn - Nikki e i suoi hanno ricordato solo la parte dove un'adolescente Kristen Stuart tenta di sedurre il protagonista. Il quale, però, da vero radicale, reprime l'istinto abbandonando il campo. E giù risate, allora, per quel frocio di Alexander Supertramp. E fischi, invece, per la bella Tracy, figa nomade che loro – la clique di 'Tropical', veri maschi – mai si sarebbero lasciati sfuggire.
Into The Wild come film sulla fica. Niente male.
Trattandosi di un programma radiofonico, non poteva mancare la messa-in-onda di Hard Sun, l'epica canzone che qui nella versione di Eddie Vedder regala allo spettatore uno dei momenti topici della pellicola: la fuga in macchina del protagonista (capitolo1: la mia nascita). È stata descritta dal solito Nikki come una canzone “che va bene sempre, in ogni momento”. Ecco: dire questo di una canzone che tratta del rifiuto ad adattarsi, appunto, ad “ogni momento” istituzionalmente imposto, significa averne del tutto frainteso il messaggio – o, più semplicemente, non averlo mai afferrato.
Il protagonista di Into The Wild-Nelle Terre Selvagge fuggiva da quelli come Nikki. E, certo, pure da quelli che come me gli prestano ascolto.
Per restare in tema di clamorosi fraintendimenti cinematografico-narrativi, quelli di Radio Freccia, ieri l'altro, non hanno voluto essere da meno.
Parlando di Mystic River – forse il film più bello, maturo e riuscito di Clint Eastwood, insieme a Million Dollar Baby -, hanno dato l'aire all'ennesimo radioascoltatore mediaticamente intervenuto, il quale ha precisato – sentite qui! - che “quel personaggio”, “quello tutto strano”, “quello che ad un certo punto viene ammazzato”, lui, il radioascoltatore cioè, non lo regge, e, giunto a quel punto della visione, puntualmente spegne il televisore.

Senza vergogna alcuna.
A parte il fatto che, giunti a quel punto della vicenda, si è oltre la seconda ora di un film di due e 20, e quindi alla fine. (Avete presente quelle persone che, sostenuti tutti gli esami all'università, decidono di rimandare la tesi a vita? Stessa cosa.). Il “personaggio” in questione è Dave Boyle, protagonista di una vicenda che lo vede sottomesso dalla vita a partire da un abuso subito in tenera età fino alla morte violenta 25 anni più tardi per mano del suo supposto miglior amico. Interpretato magnificamente da Tim Robbins - capace, quest'ultimo, di rendere in maniera straziante e impietosa tutto il vissuto di estrema sofferenza del personaggio -, checché ne dicano quelli di Radio Freccia e i loro ascoltatori, non è semplicemente “quello che viene ammazzato”: rappresenta la chiave di lettura dell'intero film. E quindi interrompere impulsivamente la visione di Mystic River a questo punto significa o non aver compreso o non voler comprendere – che è peggio.
Mi chiedo: cos'hanno nella testa, queste persone? Da quando, alla radio, si può banalizzare e scherzare su di una vittima – qual è a tutti gli effetti il personaggio in questione - ancorché frutto di invenzione narrativa?
Mi consolo pensando che, con molta probabilità, anche gli amici di Radio Freccia seguano la tendenza endemicamente italica a parlare di cose, fatti e persone dei quali non si ha alcuna conoscenza.

giovedì 25 gennaio 2018

SILVER RIDER. L'incantevole 'cover' di Robert Plant.


Incontrai Robert Plant di persona una decina d'anni fa, per un caso fortuito, e potei constatare che il giovane dio del rock, quale egli fu a cavallo fra '60 e '70, stronzetto, sciupafemmine e miliardario, aveva lasciato il posto ad una persona adulta di grande affabilità, autoironica, capace di infondere tranquillità con la frequenza imperturbabile di una apparecchiatura medica.
Non fornirò qui i dettagli di quell'incontro davvero incredibile: sarebbe come tirarsela, e ben più di quanto lo stesso Plant usasse fare in gioventù. Dirò solo che avvenne in occasione della presentazione italiana di Raising Sand, il pluripremiato disco inciso con Allison Krauss nel 2007, lavoro dalle interessanti implicazioni culturali e psicologiche.
Il perché questa introduzione è presto detto. Negli ultimi giorni sono andato a riascoltare un brano che Plant incise qualche anno dopo quell'incontro, nel bellissimo Band Of Joy, lavoro di assoluta maturità sotto ogni aspetto, in particolar modo quello strumentale, al punto da avere persuaso lo stesso Plant a tributare ai suoi musicisti l'onore di un album omonimo (e dalla copertina orrenda).

Silver Rider non è farina del suo sacco, bensì frutto del lavoro della consolidata coppia, di nome e di fatto, Sparhawk e Parker, meglio conosciuti come Low (sentii questa formazione statunitense nel lontano 2003, quando, accolti con sufficienza dal pubblico, aprirono la data fiorentina dei Radiohead in un'esibizione da pelle d'oca di grandissima intensità). La si può sentire in un album del 2005 dall'accattivante titolo di The Great Destroyer. Il disco è considerato dai più il loro capolavoro: da una minoranza maggiormente attenta, il classico spartiacque che sancisce l'abbandono delle soluzioni stilistiche d'esordio a favore di altre maggiormente adatte all'espressione della propria, sopraggiunta maturità. In questo contesto, Silver Rider risulta l'unico brano ancora carico di quell'intimismo e quella delicatezza - strumentali, vocali e testuali - riscontrabili nei dischi precedenti, caratteristiche che hanno contribuito a rendere celebre questo duo - quantomeno tra coloro che quanto a gusti musicali non si accontentano.
Ed è proprio qui, su questa particolarità del brano, che Plant realizza la classica cover capace, nel giro di un ascolto, di catturare, emozionare, commuovere e annientarne la versione originale.
L'arte, quella vera, ha con sé, sempre, una parte di non-detto. Non esaurisce il contenuto (sebbene vi siano opere che molto si avvicinano a questo risultato: si pensi alla Pietà di Buonarroti o alle Variazioni Goldberg di Bach). L'arte offre una visione, indica una via. Ecco: sul quel non-detto si situa l'interpretazione che noi diamo quali esecutori, ascoltatori, spettatori, occasionali fruitori.
Nel caso di Plant, la veste è duplice: ascoltatore ed esecutore. Ha sicuramente ascoltato con grande apprezzamento The Great Destroyer, intuendo che, in quel brano specifico, l'inespresso era meritevole di sottolineatura, di un'interpretazione nuova, appunto (sull'arte dell'interpretazione, serve ricordarlo, la musica classica offre ormai una tale mole di materiale con il quale approfondire il discorso da rendere insufficiente ad evaderla anche la più rosea delle aspettative di vita).
Personalmente, ritengo sia quasi impossibile, senza riceverne preavviso, riconoscere la voce di Plant in questa esecuzione, abituati come siamo in molti ad associarla agli acuti tirati e ai falsetti dell'era Zeppelin. Ma non sta forse proprio in questo, la maturità? Riuscire a dire le stesse cose di un tempo con una modalità però più personale, maggiormente aderente a ciò che sentiamo di essere diventati?
Silver Rider è un'esperienza di terrena bellezza. Il suo testo, improntato ad una serena accettazione della finitezza dell'esistenza, è reso da Plant con un canto che è in realtà un sussurro, un filo di voce umilmente impiegato per descrivere la visione del 'cavaliere argentato' – colui che, in una mormonica visione della vita, è comandato a condurre all'ultimo viaggio.
Se i toni del cantato appaiono smorzati – e sdoppiati da un unisono femminile davvero ammaliante -, quelli strumentali sono esaltati da un suono di chitarra di rara bellezza, frutto delle dita, e della ricerca, di Buddy Miller, e del missaggio, perfetto, di David Friedmann.
Diciamo che, in questa versione, Silver Rider restituisce all'ascoltatore un rapporto con la propria dimensione interiore, con il senso della propria misura rispetto all'ambiente dove ci è dato vivere, così come un ritrovato senso della bellezza, che sempre più rischiamo irrimediabilmente di perdere.
Se anche un dio del rock - come si diceva di Plant in apertura - giunge a questa conclusione, è il momento, per tutti noi, di riflettere seriamente sul significato ultimo dell'esistenza.
Buon ascolto.

domenica 21 gennaio 2018

L'ULTIMO JEDI. Il ritorno sulle scene di David Letterman.


È bastato visionare i primi cinque minuti del nuovo show di David Letterman (My Next Guest Needs No Presentation, With David Letterman) per rendersi conto del vertiginoso livello autorale espressovi – livello che ad occhi italici evidenzia pesantemente l'abisso tra questa televisione e quella nostrana, con personaggi come Maurizio Costanzo, Fabio Fazio e Paolo Bonolis che ancora sono visti come di-riferimento, pionieri, fari nella notte, professionisti dell'intervista.
In questo arco di tempo, Letterman è infatti riuscito ad ironizzare su: se stesso (“Mi chiamo David Letterman. Avevo uno show. Poi sono stato licenziato.”); la piattaforma Netflix (“Non ho capito cosa sia, ma so che quando è in funzione, il livello di inquinamento elettromagnetico di casa vostra aumenta esponenzialmente.”); una persona del pubblico offertasi di indovinare il nome dell'ospite della puntata (“Figlio di puttana...”).
Cioè, le tre cose più importanti per ogni personaggio televisivo: il proprio ego; l'emittente che ne produce il programma; il suo pubblico. Tutti trafitti, infilzati dalla spada dell'irriverenza, così, sul nascere, ancora prima che uno se ne renda conto. Letterman è un picchiatore alla Tyson che punta al KO al primo round e lo ottiene.
Traduzione. Vuoi essere credibile? Vuoi essere credibile nell'era della menzogna, del doppio gioco, della manipolazione e delle fake news? Abbi il coraggio di ridicolizzare te stesso, il tuo capo e persino chi ti ama, e da lì in avanti ogni tua sillaba sarà parola di vangelo. È questa la lezione di Letterman.
(L'equivalente, nella televisione italiana – imbarazza dirlo -, è senza dubbio Bruno Vespa che ospita Silvio Berlusconi a Porta A Porta. O Fazio con Matteo Renzi a Che Tempo Che Fa. Sulla caratura degli invitati e la qualità, rilevanza e formulazione delle domande, ognuno è grado di farsene un'idea semplicemente visionando il tutto con pazienza e molta tolleranza.)
Abbigliamento di Letterman per la puntata d'esordio: completo blu scuro con camicia bianca e cravatta blu chiaro a pois, e pantalone privo di orlo, intenzionalmente arrotolato al fine di esporre un emblematico calzino bianco. Ma, soprattutto: barba incolta stile senza-tetto – per intervistare il 44esimo presidente degli Stati Uniti d'America, Barack Obama,  proprio in un periodo di presidenziale 'caccia alle barbe' (spero di essermi spiegato).
Lo show è del tutto privo di orpelli. Niente scenografia, niente band, nessuna luce sgargiante, nessuna rubrica, nessuna scrivania né, tantomeno, tazze o bicchieri d'acqua, pieni o presunti tali, con logo del programma. Solo il suo conduttore, due poltrone, un ospite per puntata ed una grande disponibilità a mettersi in discussione secondo la tradizione tutta statunitense del talk show. Unica eccezione: l'inserto, girato in esterna, in compagnia di una personalità in qualche modo legata all'ospite della puntata. Nella prima, l'onore è toccato al delegato della Georgia John Lewis, ripreso insieme a Letterman nel mentre attraversa il ponte Edmund Pettus di Selma Ala., lo stesso lungo il quale, nel 1965, condusse, a rischio della propria vita, la marcia di protesta contro la segregazione dei neri. È un momento commovente, di grandissima passione civile, che Letterman affronta con la giusta umiltà, fornendo, in tal modo, il più politico dei messaggi. Consiglio a tutti di vedere questo frammento: parla ai nostri cuori di coraggio, dignità e diritti universali. Materia che va scarseggiando, di questi tempi.
All'ottavo minuto del primo tempo, Letterman pone fine ad una serie di quesiti sulla sua vita post Late Show che il Presidente Obama gli aveva simpaticamente e sinceramente posto, dicendo: “Ora, Le spiego come funziona: io Le faccio delle domande e Lei, Lei risponde.” (seguono risate divertite del pubblico). Esiste una possibilità anche remota, secondo voi, che un esponente della nostra inqualificabile classe politica, sia esso di piccolo o grande cabotaggio, risponda ad una simile sollecitazione semplicemente stando al gioco come ha fatto Obama, senza minimamente accennare alla polemica o alla fottuta par condicio?
Ci stiamo preparando all'ennesima campagna elettorale, ed è forse proprio questo il momento per dire le cose come stanno, almeno tra di noi. Provate a pensare: quando mai, noi italiani, sentendo annunciato a sorpresa uno Scalfaro, un Cossiga, un Napolitano o, checché se ne dica, un Mattarella, ci siamo sentiti infervorati, privilegiati e desiderosi di ascoltare le loro parole similmente a come il pubblico di Letterman ha fatto con Obama, quando questi è stato annunciato a sorpresa - accolto sul con un tale entusiasmo da provocare eccitazione persino in me, che ne salutai positivamente la nomina nel 2008 per poi gradatamente calmierare gli entusiasmi alla luce di risultati e politica estera Yankee? Quando mai abbiamo sentito uno di questi signori parlare con distacco, in maniera rilassata, di sé e della propria esperienza politica? Quando mettere in gioco la grazia e la misurata ironia impiegate da Obama per quella che, con molta probabilità, passerà alla storia come la sua più importante intervista - sorta di rovescio di quella più celebre di David Frost a Richard Nixon? Nel migliore dei casi, l'istinto è quello di alzarsi e lasciare la sala. In tutti gli altri si sconfina nel penale.
Eppure è di questo che dovremmo parlare, in questa tornata elettorale. Non dei programmi, che sono importanti, ma non spiegano l'assenza di interesse, la disaffezione, il poco rispetto e la totale mancanza di fiducia tributati alle persone della politica, di ogni posizione e tessera.
Che la nostra televisione, tutta, non sia in alcun modo capace di simili proposte, è certamente un segno dei tempi.

mercoledì 17 gennaio 2018

NINE INCH NAILS. Chiodi da nove pollici per la bara del rock.

Ci hanno provato in molti, a spiegare cos'è il rock.
Il più recente tentativo è da attribuirsi ad Adriano Celentano. Non esattamente colui che definiremmo un pensatore - sebbene a suo modo egli si consideri e proponga come tale. Ricordate il monologo, azzeccatissimo, recitato a Rockpolitik più di dieci anni fa, “la televisione è lenta / i Simpson sono rock” e via dicendo? L'esposizione meno accademica cui si sia mai assistito, ugualmente in grado di spiegare il rock per mezzo della tecnica della “reiterazione del messaggio” (D. Luttazzi, 2007).
Altro illustre tentativo è quello del fu Roberto 'Freak' Antoni, nel suo sottovalutato, antologico, Non C'é Gusto In Italia Ad Essere Freak (Feltrinelli, 2015), dove il rock è analizzato da un punto di vista fenomenologico (non dimentichiamo che 'Freak' conseguì la laurea in Lettere e Filosofia con Gianni Celati, discutendo, nel rovente '78, una tesi sui Beatles – mi spiego?).
E poi, modestamente, vi è il mio. Perché dopo quasi 40'anni di altalenante fruizione del genere penso di essermene fatta un'idea quanto meno coerente con il mio modo di vedere le cose.
Il rock, ad oggi, non identifica tanto un genere quanto un atteggiamento. In alcuni emblematici casi risulta unito ad un pensiero basicamente elaborato, cosa che rende il tutto più simile ad una filosofia spiccia, caratterizzata da forti tratti di egocentrismo e pragmatismo.
Detto ciò, e concesso che una simile definizione possa facilmente risultare come poco lusinghiera, voglio spendere qualche parola per un gruppo che ritengo essere l'ultimo baluardo del rock, oltreché l'unico ad incarnare con fierezza il tipo di attitude sopra descritta: Nine Inch Nails.
(Rassicuro i lettori che quanto segue non sarà l'ennesima beatificazione di un gruppo cui si è tributata la propria ammirazione. Questo è, e rimane, un blog, ed ogni 'marchetta' è bandita di default.)
Ad indurmi a scrivere questo post è stata la ripresa video, mozzafiato, di un loro recente concerto, in quel di Bakersfield CA, evento tenutosi all'inizio della scorsa estate.
Diretto da Brook Linder, ennesimo regista di nicchia con controcoglioni, e fotografato da Ben Chappell, il filmato ritrae la band losangelina nell'esecuzione dei due brani che aprono l'esibizione, Bones/Branches e Copy Of A.
Detto così, nulla che noi non si sia già visto.
Il fatto è che il tutto, qui, è intenzionalmente ripreso onstage. Nel senso: non dal palco, bensì sul palco. Nessuna concessione ai rituali isterismi da platea. Nessuna piaggeria rivolta al pubblico. Nessuna panoramica sulla folla dell'immancabile tutto-esaurito (oggi persino Jovanotti riempie gli stadi, quindi...): per quanto ci è dato di vedere, il concerto potrebbe essersi svolto a porte chiuse. Immaginate un video che vi mostri non i musicisti sul palco, ma che porti direttamente voi sul palco con loro – che quindi vedrete ciò che loro vedono, ma, soprattutto, sentirete ciò che loro sentono. Sette minuti abbondanti di catartica immersione nella band, come uno di loro, come un quinto Beatle. Sette minuti tiratissimi nei quali i nostri, immersi in una luce laterale da fusione atomica, si producono in una performance oscura, fatta di penombre ed improvvisi bagliori in sincrono con la musica, dove la manipolazione del suono è pressoché totale, al punto da confondere l'artificiale con l'autentico, voce compresa.
Dotatevi di un buon paio di cuffie e giudicate voi stessi.
Non credo esista, ad oggi, una compagine rock paragonabile a questo quintetto. Inoltre la consacrazione metafisica ricevuta con 'l'invito a comparire' nel remake di Twin Peaks (episodio n°6), rivolto loro da David Lynch in persona, ne ha fatto una vera e propria leggenda vivente.
Se il rock, con le dovute forzature, può essere concepito come messa in scena (art rock) della nostra parte pulsionale, come sua liberazione, difficilmente vi imbatterete in un allestimento che possa dirsi migliore di I Can't Seem To Wake Up.
O, per esclusione, se quanto andrete a vedere allestito all'interno di stadi di calcio, ma al prezzo della prima fila della Scala, si discosta fortemente da ciò che è mostrato nella ripresa in questione, state certi di non essere di fronte ad uno spettacolo rock, checché ve ne dicano artisti ed organizzatori.
È solo giovanilismo a 300 kilowatt. E voi le vittime di un raggiro.
Guardare per credere.

martedì 2 gennaio 2018

SCHOOL'S OUT (FOREVER). Il mio personale trauma scolastico.


David, continuo a chiedermi come da ragazzo innocente sia potuto diventare ciò che sono.
Credo sia stata colpa di Harvard.
Già: non sai nemmeno di quello.
(Ted Kaczynski)
Ricordo che da bambino, al tempo della scuola, la maestra aveva l'abitudine di dare pubblica lettura al migliore svolgimento del tema in classe. L'estensore veniva nominato davanti ai compagni ed invitato in cattedra a leggere la propria composizione.
Le tracce erano, chiaramente, quelle proprie del genere: la vacanza al mare; la gita in biblioteca; il compagno di banco; la mia città; il lavoro di papà; la visita alla Collegiata; il parco cittadino (sic); i vigili urbani; parla del tuo sport preferito; scrivi il tuo pensiero sulla scuola che frequenti e via dicendo.
Nonostante ritenessi già allora di possedere doti di scrittura ben superiori a quelle dei compagni pluripremiati e assunti a modello, ricordo che non ebbi mai l'onore di essere chiamato a tenere il public reading alla classe.
Il mio più grande insuccesso editoriale, all'epoca, fu il tema con traccia libera che scelsi di dedicare all'attentato al Papa. Avevo solo nove anni, ma già vantavo diverse, dettagliate, compulsive letture del quotidiano di casa: il 'Corriere'. Il tema stava scritto in uno stile giornalistico di maniera - l'unico che mi fosse dato di possedere. Al suo interno erano riportati data, luogo, ora e contesto dell'attentato, più una dissertazione di pura fantasia sui Lupi Grigi – il gruppo terroristico turco indicato come mandante. Sognavo di raccontare i fatti come fossi stato Paolo Frajese – allora, uno dei miei miti. Quattro facciate formato A4 scritte fitte, accettabili, quanto meno, per aderenza e fedeltà al modello assunto. Va da sé che neanche ciò, il massimo dello slancio e dell'arditezza, fu sufficiente a farmi rientrare nella selezione. 'Le torte di mele della nonna' e 'il mio cane Bolfo' continuavano a conquistare puntualmente nomination e statuetta – un po' come oggi la notizia futile, irrilevante, quando non addirittura infondata (fake), cattura più lettori dell'inchiesta o dell'elzeviro.
Ricordo inoltre che non solo in occasione di questa eclatante esclusione (o forse dovrei scrivere 'censura': teniamo presente che al tempo preti e suore occupavano sistematicamente le cattedre di religione della scuola dell'obbligo), ma anche di altre ben più modeste, non vi fu mai, da parte dell'insegnante, una spiegazione che riguardasse il criterio di selezione/esclusione, un'analisi condotta in presenza dell'allievo delle inadeguatezze della propria composizione, o il suggerimento di soluzioni narrative in grado di migliorare l'apporto comunicativo. Allo stesso modo, erano assenti pure le motivazioni per le nomine. Insomma: la maestra era, né più né meno, la mano di Dio, colei che separava il bene dal male, i vincitori dai vinti.
Come sia possibile che uno con questi trascorsi scolastici non si sia votato ad un'anarchismo estremo, si spiega solo con un miracolo della civilizzazione.
Mi chiedo, a volte, quali possano essere stati i modelli di scrittura di questi insegnanti, quali fossero le loro letture lontani dai testi obbligatori, e a quanto ammontasse il rapporto con la parola scritta che non fosse quella di un verbale d'istituto, di una nota disciplinare, un giudizio di merito a fine anno o un concetto preconfezionato. All'idea di una risposta, sono percorso da brividi per ciò che potrei sentire e dedurre. Perché, checché se ne dica, nessuno, nemmeno un genio, può permettersi il lusso dell'originalità: tutti, per periodi più o meno lunghi della nostra vita, ci rapportiamo ad un maestro, ad un modello.
Quando ho avuto l'idea di questo blog, tre anni fa, il primo compito è stato togliermi dall'impaccio di una scrittura che era andata atrofizzandosi. Pesante, poco scorrevole, dotata di uno slancio debole. Perché questo succede quando non si coltiva debitamente la parola scritta. Poi, nel tempo, mi è sembrato di ritrovare la forma. Più riacquistavo confidenza con la scrittura – con la mia scrittura -, più avevo l'impressione di riuscire a pensare meglio. Ricordate lo sfogo di Nanni Moretti in Palombella Rossa, quando dice che chi parla male “pensa male e vive male”? Beh: penso valga anche per la parola scritta.
Forse vi state chiedendo il perché di tutta questa analisi, indulgente come non può non essere ogni azione autorefenrenziale.
Nutro un profondo disprezzo per coloro che mi giudicano senza conoscermi (è successo di recente).
Penso sia da ricondurre a quella mancata gratificazione d'età scolare.

sabato 23 dicembre 2017

MANHUNT. La serie Netlix su Unabomber.


Dopo avere spalato merda per anni addosso a coloro che si imbevono ottusamente di serie televisive originali, ieri l'altro ho peccato di incoerenza portando a termine la mia prima visione da ossessivo: Manhunt: Unabomber. Otto puntate in quattro giorni.
Prodotto originale Netflix, è la storia di come i federali americani giunsero alla cattura e alla condanna di Ted Kaczynski, il famigerato Unabomber, killer responsabile di una lunga serie di pacchi-bomba che seminarono il terrore negli Stati Uniti tra il 1978 ed il 1995.
Conoscere i fatti narrati certo aiuta (si tratta di una storia vera), ma non è requisito indispensabile alla comprensione e al godimento della serie: l'apparato cronologico è chiaro, il ritmo costante.
Sebbene vanti una star del cinema del calibro di Paul Bettany nel ruolo dell'attentatore, e Chris 'Big' Noth nei panni del capo dell'unità speciale, protagonista della serie è Sam Worthington, ovvero 'Fitz', sottovalutato profiler federale il cui talento porterà alla cattura di colui che al tempo era il ricercato numero uno.
La vicenda è rivissuta attraverso i suoi occhi. 'Fitz' trasforma l'iniziale fascinazione per un caso che sente come proprio in una vera e propria ossessione. Un'ossessione che mette a repentaglio la sua vita professionale (vuole catturare Unabomber ad ogni costo) e familiare (sovrappensiero dimentica i figli in una sala cinematografica).
La serie ha inizio con Unabomber già assicurato alle patrie galere e 'Fitz' incaricato di provarne giuridicamente la colpevolezza per mezzo di interrogatorio. Da lì gli episodi si snodano tra regolari e didascalici flasbacks: La sequenza degli attentati, le reazioni delle autorità federali, la personalità dell'attentatore e quella di colui che maggiormente ne ha colto il fascino, l'idealismo, la logica ferrea, la precisione, la coerenza filosofica ed una quasi inconfessabile assenza di follia. Cioè 'Fitz' stesso.
Personalmente , ho trovato la visione di Manhunt: Unabomber avvincente, ardita, politicamente visionaria. La regia (affidata a Greg Yaitanes, già apprezzato per molti degli episodi più riusciti di House M.D.) è precisa, senza divagazioni o tentennamenti stucchevoli. Le concessioni allo splatter sono serie, misurate, mai gratuite. Per il resto è un trionfo di recitazione, di scrittura asciutta e deputata all'azione, di attori tutti sul pezzo, in particolar modo Paul Bettany - che da, in questa produzione, una prova di altissimo livello, specie sotto l'aspetto della caratterizzazione umana.
Ma l'episodio più bello e significativo è senza ombra di dubbio il n°6, integralmente occupato da un flashback sulla vita di Unabomber, dagli esordi scolastici all'esilio nei boschi del Montana. È la chiave di lettura con la quale gli autori sembrano fornire la loro visione di questa pagina di storia americana contemporanea. Le sofferenze dovute alla precocità di apprendimento; le prime delusioni relazionali; l'inconciliabilità tra crescita e superdotazione intellettuale; l'incontro epocale con Henry Murray; un'esistenza che sempre più va configurandosi come serie di tradimenti subiti o presunti, fino alla consegna di sé alle cure di madre natura, unica entità percepita come giusta in un mondo di cinici manipolatori. Il tutto in forma di lettera al fratello. Nel ricostruire questi ricordi, Unabomber, che nella piccola comunità di Lincoln è frequentatore discreto e conosciuto della locale biblioteca e mentore del figlio della curatrice, riflette su come avrebbe potuto essere la sua vita qualora avesse reagito diversamente alle tante difficoltà incontrate. E allora eccolo fantasticare una famiglia, un'esistenza ecologicamente rispettosa, un lascito etico e comportamentale, un ruolo da grande educatore – quale sarebbe sicuramente stato -, una sposa ideologicamente complice ed un figlio cui trasmettere il proprio patrimonio di conoscenza.
È un momento commovente, scritto benissimo, interpretato da Paul Bettany in maniera magistrale.

Sappiamo tutti – in particolar modo noi genitori – quanto del nostro personale, particolare sapere venga sperperato quotidianamente nell'affanno della vita urbanizzata, quella stessa che andiamo definendo civile senza più riflettere su quanto diciamo. A Ted Kaczynski mancò, probabilmente, la dedizione necessaria alla creazione di una vera famiglia. Ma a noi tutti manca da troppo tempo il coraggio di scelte radicali e di un impegno coerente con le nostre tante parole.
Quanto alle bombe...
Chi di noi sarebbe capace di nutrire ancora fede nel sistema dopo un trattamento come quello che l'ignobile professor Murray condusse su di un adolescente Ted Kaczynski ed altri 21 sventurati?
È notevole che sia una serie televisiva a stimolare questo tipo di riflessioni. Al termine della visione, ho spasmodicamente ricercato e letto La Società Industriale E Il Suo Futuro (Industrial Society And Its Future), il manifesto di Unabomber. Fino ad allora, devo ammetterlo, ne ignoravo persino l'esistenza. Mi limito a dire che vale sicuramente una lettura attenta: è di certo migliore di molti libroidi attualmente circolanti, così come di altrettanti best-sellers di vario genere.
Si potrebbe azzardare che vale per Ted Kaczynski quanto sostenuto per Charles Manson nei giorni seguiti alla scomparsa di quest'ultimo, quando una serie di improbabili personalità esaltarono il suo pensiero, ritenendolo slegato dalla sua condotta criminale. Dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano. Manson era un manipolatore semianalfabeta posseduto da visioni: Kaczynski un individuo intellettualmente superdotato che a 25 anni (!!) occupava la cattedra di matematica a Berkley.
L'intelligenza non è autosufficiente: va coltivata e indirizzata.
Può essere letale tanto quanto l'ignoranza.