sabato 12 marzo 2022

GIOVENTÙ BRUCIATA. L'inadeguatezza 'millenial' di fronte alla guerra.


Stamane (10 marzo), gli studenti di alcune scuole della mia città hanno sfilato lungo le strade per protestare contro la guerra in Ucraina (la specifica mi sembra d'obbligo, dato il sussistere, a livello internazionale, di numerosi altri conflitti armati). Mi sono imbattuto in loro per puro caso, nel mentre il corteo passava per le vie del centro, e subito sono stato portato ad alcune riflessioni che ritengo meritorie di condivisione. Ciò che mi ha colpito, di questa manifestazione, più di ogni altra cosa, è stato il suo quasi totale silenzio, un'assenza di fragore e di vitalità che mal si addiceva ad un evento come questo. Se si esclude il soffice trepestio da 'calzatura giovane' ed il chiacchiericcio divertito di alcuni, quello odierno è sembrato, più che un corteo di protesta, un corteo funebre. La memoria storica collettiva, intendendo con essa quella italica, porta ancora ben impresso quello che, ad oggi, si può dire sia stato l'unico modello di protesta civile messo in campo con efficacia nel paese: quello del'68. Coinvolgente, coraggioso, genuinamente idealista, rumoroso, certamente arrabbiato e, nel suo ultimo strascico ad inizio '70, ad altissimo potere persuasivo e conflittuale. Sorprende, pertanto, non solo che questi giovani impieghino, al fine di manifestare oggi contro la guerra, gli stessi metodi con i quali i loro nonni (!), 50'anni fa, esercitavano il diritto alla protesta: sorprende l'immiserimento del modello preso a prestito. Persino gli slogans, tenuti alti sopra le teste e compresi in un arco linguistico che andava dal gioco di parole (Put out Putin) all'abusato fate l'amore, non fate la guerra, passando per la citazione (“You may say I'm a dreamer, but I'm not the only one”) - precetti stucchevoli che il pacifismo prêt-à-porter impone ai propri seguaci esattamente come la Chiesa con la messa della domenica, il loggione con il bravo! al termine dell'aria celebre o la curva ultrà con i cori di supporto - sono vetusti al limite della decenza, ed accettati supinamente dai nostri giovani in una acriticità che non fa ben sperare. Tornando al silenzio, mi pare esso sia del tutto in linea con il basso voltaggio che caratterizza da sempre la generazione millenial, la quale, a partire dalla sua comparsa nella vita civile, possiamo dire non ha propriamente brillato per vitalità ed iniziativa (si pensi, ad esempio, alle Sardine, e si avrà, di quanto appena sostenuto, un'immagine emblematica). Si potrebbe obiettare, di fronte a questa mia critica, che c'è ben di che essere addolorati, se si pensa a quanto sta accadendo sul terreno di guerra e al tavolo di mediazione. Ma questo offrirebbe un alibi, ai nostri giovani, che ritengo non meritino, ed uno che, personalmente, non intendo offrire loro. Quello degli studi superiori, si sa, è un momento di dolorosa, ma fondamentale, crescita culturale. Cessa ufficialmente l'età dorata dell'infanzia, ed ha inizio il lento, inesorabile cammino verso quella adulta. Exit Babbo Natale, enter la vita vera. L'intervallo è finito, ragazzi. Mi chiedo, quindi, con quale tipo di coscienza, questi giovani, intendano affrontare il reale - specie se informato, come sembrano darne prova, ad un conflitto estremamente complicato come quello russo-ucraino. Ma, soprattutto, quale tipo di coscienza intendano formare i professori e gli amministratori comunali (il sindaco ha preso parte all'iniziativa ed ha parlato agli studenti) che, nell'anno 2022, concedono ed appoggiano simili iniziative. Sono stato, a mio tempo, un idealista pedante ed inguaribile. Capisco bene come possa suonare, e risuonare, nella testa di un giovane la notizia del bombardamento indiscriminato di una scuola o di un ospedale. Ma credere che una manifestazione come quella di oggi possa avere un impatto sulle coscienze e sulla comunità internazionale, mi sembra non solo pericoloso e diseducativo, ma anche parecchio presuntuoso. Ciò non significa che sia meglio e molto più conveniente votarsi al cinismo. Ritengo sia ora di spiegare ai nostri ragazzi (impiego spontaneamente il possessivo non per paternalismo, ma perché, all'anagrafe, potrei benissimo essere loro padre) che le guerre si fanno sì con gli eserciti, ma anche che il loro invio dipende, in ultima analisi, da decisioni ed opportunismi palesemente politici le cui responsabilità, checché se ne dica, ricadono anche sulla classe politica italiana ed europea. Credere, per restare in casa nostra, che dare dell'animale a Putin, inviare armi in Ucraina, sanzionare la Russia dopo avervi fatto lucrosissimi affari per 20'anni non rappresenti una responsabilità grave per ciò che sta accadendo al nostro paese (sottolineo: il nostro, non l'Ucraina) e per come il loro sentire di giovani ne è conseguentemente investito, significa non solo illudersi che, quando i genitori si separano, la colpa sia sempre o di quella zoccola di mamma o di quello stronzo di papà: significa crescere in una non più adeguata logica manichea di buoni e cattivi. In politica, come nella vita, le responsabilità sono sempre condivise. Sarebbe anche ora di chiarire loro che è più efficace informarsi seriamente e votare con attenzione che protestare inanemente, solo per saltare qualche ora di lezione. Se i ragazzi non lo capiranno – e al più presto - non c'è speranza.