domenica 4 novembre 2018

PRIMA DI EIACULARE ('BEFORE YOU COME'). I giovani italiani e l'Inglese.


Un'attenta classe di scuola superiore.
Due anni fa circa, una conoscente ha lasciato il cosiddetto 'posto fisso' per una carriera nell'insegnamento, avendo regolarmente passato il concorso per l'inserimento in ruolo. Materia: Inglese. Assegnazione: scuola superiore (istituto per geometri ed agrario).

La rivedo e subito chiedo come va, a scuola. Risponde di sentirsi molto giù, molto abbacchiata. Da diverso tempo ha la netta 'impressione di trovarsi di fronte a giovani che, per l'Inglese, non hanno interesse alcuno. Dice di passare quasi interamente il tempo assegnatole a riportare ordine all'interno di classi ingestibili. Ed ingestibili principalmente per il suo rappresentare una materia per la quale non è avvertito alcun tipo di trasporto.
Quindi anche la preparazione meticolosa delle lezioni, spesso effettuata a casa ed a scapito della famiglia (è coniugata e madre di due), si riduce ad un'ulteriore mortificazione intellettuale.
Condizione che non fa bene né a chi la subisce (il singolo docente) né a chi vi contribuisce direttamente (gli alunni) o indirettamente (la direzione scolastica): nulla è infatti più devastante per la scuola e per i suoi fruitori di un corpo docente umiliato nelle intenzioni.
Il marito, persona arguta e dai modi spicci che spesso mi fa dono di spunti ed osservazioni di notevole rilevanza, commenta anch'egli sconsolato. “Questi giovani del cazzo, proprio non li capisco. Mi chiedo cos'abbiano nella testa. Come è possibile, a diciotto anni, non capire che senza l'Inglese, oggi, sei un semianalfabeta anche se poi consegui una laurea? È come pretendere di praticare uno sport a livello agonistico disdegnando però la corsa. 'Sai, io non corro. Della corsa non me ne frega niente. Mi interessa solo giocare.' Nell'inconscio di questi ragazzi c'è Diego Armando Maradona, e non Samantha Cristoforetti. E se pensi così, sei un fallito. Sei un fallito già a diciotto anni.”
Ha ragione.
Devo a questo punto dichiarare, non senza imbarazzi, che, da tempo immemore, sono considerato alla quasi unanimità un ottimo parlante Inglese, sia per ciò che riguarda la forma sia per la pronuncia. Ad onore del vero va aggiunto che, in un paese che con l'Inglese ha non pochi problemi, godere di una simile considerazione non fa curriculum. Ma tant'è. In verità, a me sembra anzitutto di avere avuto la fortuna di una seconda lingua che amo, la cui imposizione è stata, quindi, sempre vissuta con gioia. E poi quella dell'avere sempre nutrito degli interessi per materie e discipline che nel mondo anglofono hanno conosciuto eccellenze di prim'ordine. Sto parlando del cinema e della musica. Ma, da qui all'essere considerato un buon parlante, ne passa.
Detto ciò, il fatto che dei giovani mostrino, oltre ad una totale assenza di vergogna per i comportamenti messi in atto, un così manifesto disinteresse nei confronti di una materia che, almeno nelle loro vite, può fare la differenza, si iscrive, forse, all'interno di una problematica ben più vasta – e determinante – di quella del sapere: l'area del dsiderio.
È tempo che, personalmente, noto come i giovani, almeno nei miei confronti, risultino connotati da una totale assenza di manifestazione del desiderio. Sembrano davvero non desiderare nulla. Ma è chiaro che non è così, che non può essere così (a meno di tare mentali invalidanti). Ne ha parlato magistralmente Massimo Recalcati qualche settimana fa in un incontro dedicato proprio al desiderio. Ha molto a che vedere con il tipo di crescita vissuta, e quindi con l'apporto che in tal senso è stato fornito dai genitori. Mamma e papà ti hanno detto che, al mondo, conta solo una lingua e -guarda caso – è quella tua? Mi si lasci ricordare che anche il differenziarsi dal modello genitoriale può essere fatto oggetto di desiderio.
Qui non si tratta di stabilire il primato di una lingua – nel caso dell'Inglese già fortemente compromesso dagli attuali assetti geopolitici e dalla condotta morale delle nazioni che a tale primato hanno contribuito, e cioè Stati Uniti e Gran Bretagna. Si tratta di riconoscere, con opportunistica intelligenza, che l'Inglese è, e rimane ancora, la prima delle seconde lingue, quella obbligatoria. Quella dalla quale poi muovere verso un'esigenza linguistica più specifica, maggiormente legata alle proprie personali propensioni e competenze.
Non si spiega forse così lo sconcertante provincialismo dei giovani - per non parlare di quello del paese? Non comprendere, cioè, che esiste una conoscenza che esula dai confini nazionali nei quali si è stati catapultati a nascere, vivere od entrambe le cose? E che quindi è necessario un passe-partout in grado di consentire l'attraversamento quanto più agevole di detti confini, oltre i quali potrebbe trovarsi la vocazione di ognuno?
Suona come una patetica sferzata alla fuga dei cervelli, lo so. Ma lungi da me non solo il promuoverla: anche l'assumere il fenomeno ad esempio e soluzione. Resto convinto che i cervelli di questo paese non siano realmente in fuga, ma che risiedano, silenziosi, nei suoi confini, mortificati come la nostra insegnante d'Inglese, sostituiti politicamente, ai comandi, da intelligenze modestissime ed immeritevoli. Ugualmente, anche questo sommerso di intelligenza nostrana non può mostrarsi indifferente alla questione dell'Inglese, specie in un'ottica comunitaria linguisticamente composita come la nostra – e giusto per non allargare troppo il discorso.
Oggi ci vogliono più palle per rimanere che per andarsene.
Nessuna fottuta statistica potrà persuadermi del contrario.

martedì 30 ottobre 2018

LA PRIMA IMPRESSIONE. Scegliere un film in tivù.

Il profetico, e compianto, Ragionier Fantozzi. 
Sono sempre più frequenti le discussioni in stile Casa Vianello tra me e mia moglie quando, in preda allo zapping serale, si sceglie o scarta un film valutandone la qualità sulla base di pochi, fugaci secondi di visione.
La verità è che sovente il grande cinema si è caratterizzato per sequenze iniziali di impatto così grande - rapide, spettacolari, visionarie - da rendere la differenza con gli altri prodotti del settore individuabile al semplice colpo d'occhio. Quindi, se di queste pellicole si è fatto uso ed abuso, scegliere attraverso lo zapping diventa un gioco facile come le selezioni di X Factor (“Basta così, grazie. Avanti un altro!”).
Al fine, allora, di giustificare l'apparentemente riprovevole costume coniugale dello zapping, da divano, ecco le...
DIECI PIÙ STUPEFACENTI SEQUENZE D'APERTURA DEL CINEMA MODERNO!
Dieci pellicole il cui inizio, da solo, vale l'intero biglietto, costringendo lo spettatore ad immergersi nella loro visione per intero pure avesse luogo un attacco termonucleare.
10) Trainspotting.
Nulla di più politico delle parole fuori campo del protagonista Marc Renton ha mai affrontato lo spettatore in maniera così diretta - nel mentre la colonna sonora di Iggy Pop ne fa, tecnicamente, un'apologia di reato. E quando, appena investito da un'autovettura, il nostro volge lo sguardo in camera, è difficile - se non impossibile - non sentirsi individualmente chiamati in causa. Stracult.
9) Halloween.
È obiettivamente difficile non esaltarsi quando la cinematografia horror distrugge quel tipo di concezione della vita che sta alla base del family day, dei suoi ideatori e dei suoi cultori. Dopo i vampiri, le creature di Mary Shelley, gli zombi di Halperin e quelli di Romero, John Carpenter, già al quinto minuto di proiezione, presenta al pubblico il suo nuovo mostro: il seienne Michael Myers.
8) I Love Radio Rock.
Quadretti di un Inghilterra per bene, tradizionalista, piccolo borghese ed ipocrita. Ma quando la voce di Seymour Hoffman lancia All Day And All Of The Night dei Kinks, la spinta eversiva del rock 'n roll è avvertita dallo spettatore come davvero fosse la prima volta. Ottima prova del regista e sceneggiatore Richard Curtis, che incassa così un parziale perdono per lo stucchevole Love Actually di sei anni prima.
7) Antichrist.
Descrivere una tragedia quale la perdita di un figlio in fasce, e farlo per mezzo delle sole immagini e della musica di Händel, dando vita ad una sequenza che è un capolavoro, è cosa da genio. E Lars Von Trier lo è a pieno titolo. Rendere bello persino ciò che è considerato il massimo orrore, non è forse il compito più alto dell'arte? E poi, cos'altro ti puoi aspettare da un danese depresso che rifiuta le cure?
6) Mission Impossible 2.
Nei cinque minuti al cardiopalma dove lo spettatore viene persuaso che l'agente Hunt sia chiaramente già impegnato in una nuova missione, l'arrivo di un messaggio stravolge il contesto, svelando che quello visto è solo il momento di una vacanza non autorizzata. Quando poi, a chiudere la sequenza, giunge il tema del film originale variato dai Limp Bizkit, e realizzi che quelli sono solo i titoli di testa, l'applauso scaturisce incontrollato.
5) Magnolia.
C'è tutto, nel prologo di questo incredibile film: cinefilia, scrittura, visione, modernità, surrealismo e la splendida regia di un Paul Anderson non ancora trentenne. Il caso del suicidio-omicidio di Sydney Barringer è una sequenza da vero culto, merce rara allora come oggi. Quando poi, sullo schermo nero, partono le note di One di Aimee Mann, non si può che restarne ammaliati.
4) Grindhouse.
Siedi in poltrona e, giustamente, ciò che ti aspetti di vedere è un film di Quentin Tarantino. Quel che in realtà appare, invece, è il trailer farlocco di un b movie in stile primi anni '70. Sembra un viaggio nel tempo, o una videocassetta pirata. Perfetta estetizzazione del cattivo gusto di un mondo ormai scomparso, rappresenta, senza dubbio, il più grande colpo di genio nella carriera del regista americano.
3) Fight Club.
Zoom
inverso dal mirino di una semiautomatica: la canna in bocca ad un malcapitato, un viso tumefatto, l'oscurità di un loft disabitato, una calma voce fuori campo dai toni apocalittici e un intero quartiere cablato al plastico. L'arma viene retratta. E chi scopriamo averla in pugno? Van Damme? Vin Diesel? Steven Seagal? Charles Bronson? Mecché. Il più amato dalle donne di tutto il mondo, il 'bello' di Hollywood, l'uomo dei sogni: Brad Pitt – qui nel suo primo grande ruolo, un completo fuori di testa, situazionista ed autodistruttivo: il saponificatore Tyler Durden. Yeah.
2) Non è un Paese per Vecchi.
Ci si interroga spesso sulla violenza dilagante negli Stati Uniti d'America. Altrettanto spesso ci si ritrova senza risposta. Eppure i grandissimi fratelli Coen, Ethan e Joel, nelle tre sequenze e nel dialogo da brivido che aprono questo film prossimo alla perfezione assoluta ne avevano dato una spiegazione persuasiva ed umanissima già dieci e più anni fa. E quando dalla macchina della polizia scende la sagoma di Javier Bardem, è necessario un cambio di intimo a portata di mano.
And the winner is...
1) THE SHINING.
Già al primo fotogramma, al sopraggiungere della musica di Wendy Carlos, si è catapultati nel sovrumano, in una natura incantevole e spaventosa dove la presenza umana sembra appunto non essere contemplata, ridotta alle minuscole dimensioni del maggiolino dei Torrance in viaggio verso il richiamo dell'Overlook Hotel. L'utilizzo pionieristico della steadycam permette a Stanley Kubrick la realizzazione di un piano sequenza inquietante, il cui punto di vista rimane ignoto, così aggiungendo inquietudine all'inquietudine. E la vicenda non ha ancora avuto inizio. Capolavoro assoluto.

mercoledì 10 ottobre 2018

LI MORTACCI TUA. I 50'anni de La Notte Dei Morti Viventi.



Stamane mi sono alzato di buon'ora e, guardatomi allo specchio dopo aver indossato l'amato grembiale da massaia, ho notato quanto ormai il mio aspetto esteriore, in certe fasce orarie, risulti sempre più simile a quello dei carnefici di Hostel, la brutale – ma psicologicamente sottile – pellicola di Eli Roth, datata 2005.
Pagato pegno al precetto della confessione - che in un blog degno di questo nome, checché se ne dica, non può mancare –, devo però riconoscere di essermi anche subito ricordato, vuoi a seguito dell'immagine riflessa, vuoi per dono di una cinefilia della quale sempre più vado fiero, che quest'anno ricorre il 50º anniversario dell'uscita nelle sale de La Notte Dei Morti Viventi (Night Of The Living Dead), di George Romero.
In verità, il rimando alla figura oggi sdoganata, istituzionalizzata e abusata dello zombie credo non sia stato provocato tanto dalla ragioni sopra esposte, quanto dalla visione – altrettanto deprimente – che ogni santo giorno, dacché mia figlia ha cominciato la scuola dell'obbligo - ed io, nella veste di genitore-accompagnatore, ne assicuro la consegna alle cure dell'istituzione - mi si para davanti, la mattina: una popolazione in affanno nello sforzo di assolvere ai propri doveri lavorativi, professionali, coniugali, sentimentali, genitoriali, ludopatologici, pensionistici, monomaniacali e chi più ne ha più ne metta. Costumi e malcostumi assunti ad aspetto distintivo: una massa che nella postura, nell'andatura a volte scomposta, negli sguardi, nei messaggi smozzicati, nell'aggressività spesso trattenuta a fatica, sempre più somiglia ai 'ritornanti' di Romero – il quale non intendeva certo profetizzare, al tempo, questa deriva mortifera della società, ma il cui inconscio ebbe sicuramente la meglio.
Sta di fatto che, come insieme antropologico, noi tutti si somiglia molto più 'a li mortacci' che a valorosi combattenti olimpici. Anzi: con la nostra più marcata mutazione, palesemente avvenuta nella direzione di una crescita dell'aggressività e dell'ansia – e che, nel caso di noi italiani, ha persino trovato dignità culturale grazie al saggio cult di Alberto Arbasino, Paesaggi Italiani Con Zombie, del 1998 -, si è non poco contribuito alla caratterizzazione dello zombie seguìto al prototipo proposto nella saga romeriana. La Casa (Evil Dead), Resident Evil, Homecoming, Rec, Quel Treno Per Busan (Train To Busan), World War Z , L'Alba Dei Morti Dementi (Shaun Of The Dead) e Planet Terror (ultimo, questo, ma non ultimo, lo zombie movie più straordinario mai realizzato da parte di un talento che, ad oggi, ancora non gode di un apprezzamento proporzionato alla propria reale grandezza: Robert Rodriguez), sono esempi forse non sempre lampanti, ma significativi, della considerevole perdita di informazione – culturale e genetica – del cosiddetto uomo-massa.
Di recente, un marchio dell'industria dolciaria ha pubblicizzato in televisione il proprio prodotto per la prima colazione per mezzo di un spot che vede protagonista proprio una famiglia nucleare dalle fattezze post mortem, disperatamente intenta a mutare la propria condizione di disfacimento per mezzo del magico frollino-antidoto. (Traduzione: la mattina, pucciate il biscotto. Ma quante ne conoscono, 'sti pubblicitari?). A dimostrazione di come la percezione di un certo malessere della specie si sia ormai diffusa e stereotipata.
Quindi?
Quindi siamo passati dallo sfottò al dato di fatto. Dal dire “mi sembri uno zombie” al pensarlo per davvero. Nel tempo, dai mostri di Romero – mostri che, ricordiamo, hanno le nostre esatte fattezze – abbiamo mutuato tutta una serie di caratteristiche: dal muoversi in massa all'assunzione di atteggiamenti aggressivi; dall'aspetto sciupato alla sciatteria; dall'ossessione per l'alimentazione alla frequentazione inconscia dei centri commerciali; dal vagare senza meta quando soli alla pena suscitata in coloro che assistono a questo andare ramingo.
Non è mia intenzione dipingere la società tutta in maniera univoca – via d'uscita semplicistica e scientificamente priva di ogni fondamento -: mi permetto di osservare, semplicemente, come la grande fatica del vivere quotidiano – quella che accomuna molti di noi – sia per alcuni aspetti mirata ad arginare lo sfacelo che Romero e i suoi epigoni, con risultati spesso alterni, hanno mostrato noi sugli schermi in questi lunghi, travagliati cinquant'anni.
Voglio pertanto chiudere con una nota di speranza.
Ho recentemente rivisto il già citato Planet Terror, film-capolavoro che solo un folle come il suo regista (Rodriguez) ed un molestatore come il suo produttore (Harvey Weinstein) potevano realizzare. Per tutti coloro che se ne infischiano o non hanno lo stomaco per visionarlo, ma soprattuto per tutti coloro – e sono tanti – che hanno apprezzato il post su Tartarughina Luz, ecco, in breve, il finale della pellicola. Istruito a difendersi dall'eventuale aggressione da parte del padre mutato in zombie, il piccolo Tony (interpretato dal figlio di Rodriguez) rimane vittima di un colpo accidentalmente partito dalla pistola affidatagli dalla madre. Il regista ha sempre affermato che, dal punto di vista personale, questa sequenza rappresenta l'elemento maggiormente orrifico del film, e per tale motivo venne realizzata per mezzo del solo montaggio. Al fine di tutelare ulteriormente la sensibilità del figlio, comprensibilmente desideroso di vedersi finalmente proiettato sul grande schermo, scelse allora di girare una seconda versione della vicenda di Tony (visionabile, oggi, tra glie extras del DVD), dove il piccolo è portato in salvo dalla madre e subito dopo, in riprese incantevoli, è visto intento a giocare con una tartarughina su una spiaggia dell'amato Messico.
Ecco. Non si tratta di cedere all'evidenza: si tratta di riconoscere un certo, raggiunto decadimento e di fare il possibile, come persone, per opporvisi.
Non servono forse a questo, i mostri?

Un gruppo di allegri genitori al parco cittadino (foto AP).

venerdì 14 settembre 2018

FAST AND FURIOUS. Il movimento No ZTL di Arona.


Sia chiaro: sono il primo a far prevalere, nelle decisioni che mi riguardano, l'interesse personale, il raggiungimento dell'obbiettivo, la volontà a portar a casa la pelle. Conseguito il risultato, però – e questo al fine di non apparire eccessivamente egoista -, cerco di condividerlo con coloro che mi stanno attorno, secondo una precisa gerarchia a cerchi concentrici ed una distribuzione del welfare inversamente proporzionale al loro espandersi.
Detto ciò, mi è difficile comprendere l'iniziativa di alcuni esercenti di Arona contro la recente istituzione, nel fine-settimana, dell'isola pedonale in centro città, titolata No ZTL Diurna (e che la si vorrebbe? notturna?), integralmente dedita, almeno nelle intenzioni, all'esclusiva tutela benessere commerciale, per quanto legittimo, degli aderenti, e del tutto noncurante delle esigenze, dei desideri, altrettanto legittimi, della cittadinanza.
Non sembra, infatti, sia il recupero psicofisico a preoccupare coloro che vi hanno aderito (ad occhio un 95% dei negozianti di Corso Cavour, più una considerevole e sorprendente fetta di simpatizzanti le cui attività non sono interessate dal provvedimento del comune), quanto la riduzione, via via crescente nel corso degli anni, del transito automobilistico, nel quartiere dove hanno sede i rispettivi esercizi - sfalcio che, sembra sempre di capire, deve avere intaccato il fatturato dell'area a tal punto da pretenderne la sospensione.
Il centro storico – ove non risiedo – ha subito, in questi anni, un massiccio intervento di ristrutturazione, ed una radicale modifica della viabilità. È aumentata la superficie a disposizione delle persone; è apparsa una timida pista ciclabile; è scomparsa una carreggiata; i parcheggi sono stati ridotti nel numero e nella destinazione d'uso; il rifacimento delle fognature ha avuto come conseguenza un'estate di balneazione in un'acqua mai vista prima. Grazie a questi provvedimenti, il livello di apprezzamento della città agli occhi dei visitatori è cresciuto in maniera esponenziale: Arona – ed il centro storico in particolare – è oggi vista come un modello di gestione e di vivibilità. A completamento – e a tutela - dell'opera, quindi, è giunta l'istituzione della zona a traffico limitato che fa del quartiere la più bella e grande isola pedonale del Lago Maggiore - quanto meno fino ai suoi confini esteri.
Ora, non è mia intenzione entrare in conflitto con la categoria – che incute in me un certo timore già in tempo di pace: figuriamoci in aperta ostilità. Ma mi permetto di dire che, alla luce di quanto appena descritto, emerge, in questa battaglia contro l'attuale amministrazione, un'irriconoscenza che non le fa onore. Essa sembra infatti ignorare che i primi a beneficiare degli interventi suddetti sono proprio le attività dei suoi membri - inserite, come sono, in un decoro che ne rappresenta, appunto, la diretta conseguenza. Ho ancora vivo in me il ricordo del degrado anni '70, quando, nella bellissima Piazza del Popolo, davanti alla facciata di Santa Marta (un colpo d'occhio come ve ne sono pochi), ogni domenica pomeriggio baciato dal sole, si potevano vedere le autovetture di coloro che pretendevano di passeggiare in Corso Cavour impunemente parcheggiate. O dei successivi '80, quando i tempi di percorrenza medi della costa cittadina - sempre la maledetta domenica - si fissavano sulle due ore e 45 minuti (da qualificazione olimpica). Due file di macchine che per tutto il tardo pomeriggio stazionavano al limite della fusione proprio lungo il tratto oggi tutelato dalla chiusura al traffico.
Alcune delle motivazioni addotte dai No ZTL – sondati subdolamente al prezzo di una consumazione o di un acquisto – non sono nemmeno degne di essere riportate. Altre vanno da sorprendenti difficoltà nella “vendita da asporto” (pratica commerciale che, mi è stato spiegato, contempla l'approccio dell'acquirente alla soglia dell'esercizio con l'autovettura per il carico) all'assai poco credibile preoccupazione “per gli anziani” - che la ZTL, a loro dire, rischierebbe di far schiattare in seguito agli stenti della deambulazione forzata (giuro).
Se ne ricava la triste impressione che la compagine sia in realtà interessata al solo ottenimento di una visibilità d'altri tempi, non più praticabile né, tantomeno, sostenibile: più traffico in transito davanti la bottega più probabilità di aumentare le vendite.
D'altronde è risaputo: puntandole tutte, una scopata la rimedi.
"Scendiamo per uno spritz, amore?"

sabato 8 settembre 2018

BLOG: DI TUTTO, DI PIÙ. Sala Colloqui compie tre anni.


Quando, tre anni fa, ebbi l'idea di Sala Colloqui, disponevo di sufficiente presunzione da credere i miei scritti degni della massima rilevanza.
È un'illusione pericolosa ma necessaria, senza la quale non è dato creare alcunché.
Il concetto è espresso con grande eleganza e leggerezza ne La Grande Bellezza, di Paolo Sorrentino, quando il protagonista, Gep, cerca di spronare l'amico Romano, bloccato da una soggezione artistico-letteraria, a scrivere qualcosa di proprio: “Pensi sempre che tutti gli altri siano meglio di te, ma non è così. Perché non scrivi qualcosa a cui tieni veramente? Un sentimento, oppure un dolore. Purché sia qualcosa di tuo.”.
Prima di allora, avevo sostanzialmente cessato di frequentare 'la rete'. Scelta saggia quanto coraggiosa, cui però, come risulta evidente, fece seguito una ricaduta.
Ero stato invitato da un amico a farvi ritorno, e l'invito giunse in un momento, diciamo così, di debolezza. Non mi andava di negargli l'agognata amicizia digitale, e al tempo stesso ero riluttante a riaprire il confronto con la miseria del mondo social – che è poi la miseria del vivere contemporaneo.
Volevo differenziarmi, purgandomi di pensieri, parole, opere ed omissioni che, da allora, resi pubblici a questo indirizzo.
L'esordio fu un pezzo dedicato al caso di Aylan Kurdi. Mi sembra ancora oggi una prova onesta, scaturita dall'urgenza di dare un senso - se possibile - ad un evento che aveva turbato parecchie mie notti.
Sala Colloqui, con oltre 80 titoli all'attivo, è stato, da allora, un contenitore di confessioni, opinioni, velleità editoriali, idiosincrasie, passioni, fustigazioni, frustrazioni, polemiche, parole al vento, ricordi, impressioni e qualche recensione.
È stata visitata, ad oggi, circa 12.000 volte. Alcuni posts hanno avuto la gloria del migliaio, altri l'umiliazione delle poche unità. In nessun caso è dato sapere se alla visita corrisponda una lettura completa della pagina. Ogni posts è redatto secondo l'elementare regola delle scuole di scrittura statunitensi, che prescrive un massimo di settecento parole per esprimere il proprio pensiero in maniera chiara. Non è inoltre dato conoscere se le cinque visualizzazioni – i parenti, in pratica – di alcuni di essi siano dovuti alla scelta del tema, alla qualità della scrittura, alla forma o al tono impiegato. Questo, il servizio statistico di Blogger, non lo dice. Non si occupa di rilevarlo ed eticamente non vi è tenuto: si suppone i 12.000 e passa di potenziali lettori di Sala Colloqui lo rendano noto all'autore attraverso gli ipermoderni strumenti della preferenza e del commento.
Se da una parte il bisogno di consenso – il like – denota una certa fragilità dell'autostima, dall'altra rappresenta un termometro sufficientemente attendibile del favore riscontrato. Ma questo tipo di preferenza, quando non articolato da un commento pertinente, tradisce anche un giudizio impulsivo, distratto, di passaggio, di facciata. Mi fa tornare alla mente la risposta severa del padre-padrone intellettuale in Captain Fantastic, di Matt Ross, quando una delle figlie definisce l'ultima sua lettura, Lolita, di Vladimir Nabokov, “interessante”: “Interessante è una non-parola […]... Sii più chiara.”. Definire Lolita in maniera così lapidaria, un libro che ispirò Stanley Kubrick ed ancora oggi è in grado di parlare alle nuove generazioni, significa effettivamente abdicare alle proprie facoltà interpretative e critiche.
Sala Colloqui è un blog a feedback-zero. Non ha partorito i grandi dibattiti che erano nelle sue intenzioni. Non ha nemmeno attivato i pitbull di Facebook, solitamente vigili e fulminei nello sferrare l'attacco quando individuano anche solo un modesto argomento che faccia da pretesto. Certo: non può spartire alcunché con la vetta letteraria appena menzionata. Ma neanche, mi permetto, con l'ammasso di posts preconfezionati, autoreferenziali, esibizionistici, che quotidianamente intasano 'la rete'.
Un solo post è stato rimosso, su richiesta di un'amica, lettrice del blog, in quanto contenente un attacco reputato gratuito. Aveva ragione, e me ne scuso.
Detto questo, vi sono state anche grandi soddisfazioni, attestazioni di stima sincere ed appassionate. Su tutte: Petra Magoni, che replicò prontamente alla recensione sul suo concerto; Spazio Iris, attraverso i suoi iscritti, per il resoconto della serata con Susan Friedmann; Alessandro Maria Carnelli, quando scrissi della prova d'orchestra che lo vedeva sul podio, ed altri ancora.
Ringrazio tutti: le vostre parole mi hanno fatto sentire meno solo, ed hanno fatto un gran bene.
E non è poco.

"Anch'io leggo Sala Colloqui."

domenica 12 agosto 2018

CRIMINAL TOP 10. Dieci canzoni da perseguire penalmente.


Riconoscere un'opera di buona fattura, in musica, non è impresa facile. Richiede profonda conoscenza della materia, attenti, ripetuti ascolti e grande sensibilità.
In presenza di capolavori (evento raro), la ricognizione si fa ulteriormente complessa, sconfinando in un territorio destinato a pochi eletti.
È illusione tipica del principiante, credere una sinfonia di Brahms, per esempio, come formalmente più semplice, lineare, easy-listening, di una qualsivoglia opera di autore contemporaneo. Richiede, invece, lo stesso sforzo, lo stesso impegno ed altrettanta competenza, che, se assenti, rendono il suo l'ascolto – ogni ascolto - un semplice passatempo, un'assimilazione musicale passiva non dissimile a quella di supermercati, pubs ed altri luoghi pubblici.
Se debitamente affinata, però, una simile facoltà può elargire al singolo momenti di piacere, al limite con l'estasi, assai rari nella vita di tutti i giorni, ed inoltre dotarlo di una sorta di sistema immunitario supplementare in grado di opporsi alla fuffa musicale che la digitalizzazione ha reso dilagante – quando non addirittura imperante.
Ed è per potenziare quest'ultima caratteristica che SALA COLLOQUI ripropone, a due anni di distanza dalla prima top-ten, le...
DIECI CANZONI DA PERSEGUIRE PENALMENTE

10 - Come On To Me (Paul McCartney)

Qualcuno ha ricordato a Sir Paul che i Beatles si sono sciolti nel 1970, e che il mese scorso ha compiuto 76 anni? Perché a giudicare dall'ultimo singolo il nostro sembra essersi fermato, musicalmente e testualmente, ai tempi gloriosi che precedettero quel fatidico aprile. Ascoltare per credere. Capo d'imputazione: plagio.
9 - Learning To Fly (Pink Floyd)
Orfani dei padri fondatori, Syd Barrett e Roger Waters, ma legalmente determinati a sfruttarne il marchio, i fanalini di coda Gilmour, Wright e Mason pubblicarono un disco capace da solo di rovinare un'intera carriera. Learning To Fly, presentato come singolo rappresentativo dell'intero lavoro, era in realtà la Nemesi per l'allontanamento forzato del grande Waters. Il resto è cronaca giudiziaria. Capo d'imputazione: lesioni aggravate.
8 – Wind of Change (Scorpions)
Il muro di Berlino era appena crollato. Una band tedesca non poteva quindi che illudersi in tal senso più di noi tutti. Ma sfruttare l'evento in maniera così strumentale e pure con un fischio del cazzo alla Morricone è davvero troppo. Questi sono avanzi serviti à la carte, con i quali i membri degli Scorpions si comprarono le rispettive ville in contanti. Capo d'imputazione: circonvenzione d'incapace.
7 – Oh, Vita (Jovanotti)
Uno stronzo è una persona che tendenzialmente scherza sul dolore altrui. All'apice del successo, e non pago di averlo ottenuto nonostante i demeriti, 'il Lorenzo' celebra così quella stessa vita che tiene nella difficoltà milioni di italiani da anni. E lo fa con una bella strimpellata di chitarra e quattro parole improvvisate. Alla faccia vostra. Capo d'imputazione: appropriazione indebita.
6 – Voglio Andare A Vivere In Campagna (Toto Cutugno)
Desiderio condivisibile, ma inverosimile se espresso da un saltimbanco che in città ha realizzato lauti guadagni senza peraltro soffrirne mai. In un paese che ancora oggi registra una forte immigrazione interna, nulla ha più presa sull'ascoltatore imberbe di un inno ai campi. Senza omettere quel tocco latino che tanto fa presa su certi coattoni sudamericani. Capo d'imputazione: falso in atti d'ufficio.
5 – Le Canzoni (Jovanotti)
Se la ride e se la canta, il Lorenzo nazionale. Forte di un successo senza barriere, con questo brano ha persino l'ardire di prendere le difese dei propri, tanti limiti autorali. “Le canzoni non devono essere belle” è davvero un verso che tradisce tutta la stronzaggine del Jovanotti. Capo d'imputazione: apologia di reato.
4 – Il Ballo Del Qua-Qua (Al Bano & Romina Power)
Quando si resero conto che il loro pubblico si era ormai appropriato di Creep, i Radiohead smisero di eseguirla per oltre vent'anni. Questa coppia 'de noantri' ha invece dato prova di una mancanza di pudore che farebbe invidia a Rocco Siffredi, suonando questa merda in ogni momento – basta pagare – dall''82 ad oggi. Capo d'imputazione: crimini contro l'umanità.
3 – Se Mi Lasci Non Vale (Julio Iglesias)
Se ci si concentra un poco, cercando d'immaginare quale tipo di musica può ascoltare un pappone di Porto Cervo tra un lenocinio e l'altro, questa canzone ne rappresenta la colonna sonora perfetta. Bagnate tutte le mutandine della seconda metà dei '70, il suo successo terminò in una clonazione: Enrique Iglesias. Capo d'imputazione: molestia sessuale.
2 – Do They Know It's Christmas? (Band Aid)
Per fortuna gli italiani ancora oggi hanno problemi serissimi con la lingua Inglese. Figuriamoci nell''84! Avessero capito i contenuti di questa canzone, sarebbero probabilmente tornati tra le braccia di Sandy Marton. Con questo brano Band Aid inaugurò la grande tendenza planetaria del charity concert, mega-evento capace di sposare qualsiasi causa senza portare beneficio ad alcuna, aumentando però a dismisura la visibilità degli artisti coinvoltivi. Capo d'imputazione: traffico di esseri umani.
1 – We Are The World (USA For Africa)
Invidiosi come bambini viziati dei lauti guadagni realizzati oltreoceano, Michael Jackson e soci non si fecero attendere, pubblicando, un anno più tardi, questa ciofeca, di nuovo facendo leva sul ricatto della pietà. Anche questo consesso di benefattori della domenica riuscì nell'intento di godere della massima visibilità, senza dover rendere conto del fiume di soldi destinato ai poveri. L'Africa non è mai uscita dalla carestia. Neanche allora. Capo d'imputazione: truffa aggravata.

sabato 28 luglio 2018

RE PER UNA NOTTE. Pat Metheny 'live' all'Arona Music Festival.


Su artisti del calibro di Pat Metheny, esibitosi mercoledì scorso (25 luglio) alla Rocca Borromea di Arona (location strepitosa, apprezzata sia dai musicisti ospiti che dal pubblico pagante), non c'è davvero nulla che un umile scrivano come me possa dire, a meno di scadere nell'ovvio, nel già-detto, nel già-sentito. Quarant'anni di carriera ed almeno due dischi che hanno rivoluzionato non solo e tanto lo stile chitarristico dominante al tempo della loro pubblicazione (Song X, del 1986, e Question And Answer, del 1990), quanto il modo con il quale coloro che fanno musica concepiscono l'approccio all'improvvisazione di matrice jazzistica, converrete non lascino ampio margine di manovra a chiunque si proponga di suggerire qualcosa di nuovo in questo comparto.
L'unico apporto, quindi, che possa dirsi improntato ad un minimo di pubblica utilità – per quanto provinciale, campanilistico e da cronaca di giornale locale -, risulta essere il tentare di contestualizzare quello che per Arona è stato l'evento dell'anno (per questo concerto sul lago, il chitarrista statunitense ha saltato a piè pari la potenziale ed attesa data milanese).
Completamente dimenticate, quando non addirittura ignorate, negli ultimi venti anni, sulla sponda cittadina hanno avuto luogo le esibizioni di – cito a memoria -: Billy Cobham, John Scofield, Chick Corea, Steve Grossman, Jason Moran, Carla Bley, Michel Petrucciani, Brad Melhdau, John Abercrombie, Peter Erskine. In parole povere, alcuni tra i musicisti più importanti del panorama jazzistico internazionale. Artisti senza il cui contributo – è utile dirlo – la nostra fruizione musicale sarebbe grandemente compromessa in termini qualitativi.
Ogni volta inseriti nei cartelloni di differenti rassegne, quasi tutte sorprendentemente defunte per questioni di bilancio, alcuni degli artisti citati hanno tenuto esibizioni divenute memorabili. Su tutte, quella di Petrucciani, nel 1999, che proprio alla Rocca Borromea suonò, nella quasi assoluta certezza del poco tempo che gli restava da vivere (sarebbe mancato di lì a pochi mesi), e quella di Mehldau con il suo trio storico, quattro anni più tardi, alla Punta Vevera, concerto di rara bellezza che i tre suonarono in un incessante – e snervante - andirivieni del pubblico, dovuto alla gratuità della serata.
Oggi le cose sembrano stare alquanto diversamente.
Il pubblico dell'altra sera, numerosissimo, è risultato composto, attento, ammirevolmente silenzioso. Ha compreso l'irragionevolezza della gratuità. Come si diceva in apertura, è rimasto estasiato dalla bellezza del parco, dalla sua posizione, dal panorama, dalla suggestiva illuminazione dei resti della fortezza, dall'ambiente acusticamente non inquinato (caratteristica, questa, assai rara, oggi).
Le persone – e, al di la degli ingaggi, gli artisti stessi – sembrano stanche di concerti lucrosissimi ed organizzati in luoghi squallidi, inadeguati, quali stadi, palazzetti, parcheggi convertiti in aree per piccoli e grandi eventi, impraticabili ed impersonali spianate di cemento.
Il potenziale dell'Arona Music Festival, e vengo al punto, sta qui: il disporre per i suoi appuntamenti della più bella sede all'aperto di tutto il Lago Maggiore.
Ma anche una sede che richiederà alle amministrazioni di oggi e di domani un impegno non di poco conto.
Si dovrà, anzitutto, trovare un modo per tutelare il verde, irrinunciabile per ogni città degna di questo nome, che il palco, le tensostrutture, i bagni chimici ed i tanti sederi che ne hanno assaporato la morbidezza, compreso il mio, hanno messo a dura prova.
Si dovrà fare il possibile per rendere la manifestazione un appuntamento con frequenza stabile, in modo da approntare e perfezionare, di anno in anno, un adeguato sistema di trasporto, culminante nell'ormai improcrastinabile parcheggio multipiano periferico alla città, e favorendone l'ambizione a divenire una grande isola pedonale del Lago Maggiore.
Infine andrà svolto un lavoro di integrazione del Festival con le altre realtà culturali già presenti ed attive da tempo: il Festival Organistico Internazionale, Il Festival Delle Due Rocche e La Primavera In Musica del Palazzo dei Congressi. Arona è una piccola realtà di provincia. La sua dimensione è il suo punto di forza. Essa non si presta alla concorrenza, bensì alla sinergia.
Il concerto di Metheny, alla fine, è risultato scontato. Mi spiego: era scontato che saremmo andati incontro ad una grande performance, ma priva di sostanziali sorprese. E così è stato.
Non era per nulla scontata, invece, la presenza alla batteria di Antonio Sanchez, musicista dal tiro nervoso, tendineo, una personalità musicale fortissima, capace, come ha dimostrato, di trarre a sé anche un mostro sacro come Metheny.
A fine-concerto, si sono esibiti in un duetto (Go Get It, dello stesso Metheny) con tanto di chitarra synth che ha portato entrambi fuori dagli schemi, in un territorio primitivo, poco battuto, dove la musica ha finalmente preso fuoco divampando.
È valso da solo l'intero biglietto.