martedì 21 giugno 2016

Brexit Music (for a film)

Cara Inghilterra,
Ti scrivo con un nodo alla gola.
Giovedì prossimo ti attende una giornata storica – sebbene destinata ad essere tale solo se deciderai per il 'sì'. Leave.
È quindi giusto che tu sappia come mi sento, e come mi rapporterò a te d'ora in avanti, qualunque sia l'esito referendario.
Sei stata per me una madre: di libertà, di stile, di costume sociale e politico. Sei colei che ha cambiato certi tristi pomeriggi dell'adolescenza in provincia in un fantasticare stimolante.
E nonostante questo stai facendo capire a chiare lettere che te ne vuoi andare. Che di chi ti ha davvero amato, alla fine, poco ti importa. Come, alla fine, poco importa che giovedì il caso, o chissà quale altro fattore, ti obblighi a rimanere: ai miei occhi sarai, purtroppo, la madre che ha dichiarato apertamente di volersene andare.
Ti ricordi come è iniziata?
Era il 1983. Avevo tredici anni quando la voce adulta di un uomo passò in alta definizione dalle cuffie alle mie orecchie. Mi dissero si chiamava Roger Waters, veniva dall'Inghilterra, aveva un gruppo chiamato Pink Floyd ed insieme a loro faceva dischi belli strani. La canzone era Paranoid Eyes. Fu amore a prima vista.
Mi innamorai della tua lingua. Feci la mia prima ricerca seria di geografia, nel tentativo di scoprire dove stavi. Iniziai lo studio dell'Inglese. Scoprii, con grande confusione ideologica e cronologica: il dark, il punk, i mods, la leggenda degli Iron Maiden, i Clash, i Cure dal vivo ad Hammersmith; gli Smiths, Maggie Thatcher, la questione irlandese, i film di Ken Loach. Fu una discesa senza freni verso la scoperta della cultura anglosassone. Con tutti i limiti dell'età e di un adeguato retroterra culturale diventai anglofilo. Scoprii subito dopo la tua più grande filiazione, gli Stati Uniti d'America. E furono per me come quegli zii e quei cugini con i quali si instaura magicamente un rapporto speciale.
Una sera di tanti anni fa un'amica di famiglia si tolse tragicamente la vita dopo avere effettuato una telefonata di cortesia per salutare tutti noi. Sai quale fu la prima cosa che transitò nella mia testa di ragazzo? Ian Curtis. I Joy Division, Love Will Tear Us Apart. A Day Without Me.
La mia vita adulta non è stata molto diversa, nella ricerca. Tutto un fagocitare che passava da Tony Blair e l'accordo di Stormont alla Cool Britannia, dai Mötorhead ai film di Jim Sheridan; Frederick Forsyth e la RAF; la prima antenna parabolica ed il primo telegiornale BBC a casa nostra; i Beatles scoperti a ritroso; Stanley Kubrick e gli studi di Elstree Pinewood; i Blur; Morrissey; il dub di Bristol.
Tu dici di voler lasciare la comunità proprio nel mentre la Turchia preme per entrarvi. Un paese dove giusto giorni fa gruppi di fanatici hanno malmenato dei giovani che si erano rifugiati in un negozio di dischi del centro per sorseggiare una birra ed ascoltare A Moon Shaped Pool dei tuoi Radiohead – ovvero quanto di più profondo vi sia oggi nella cultura occidentale. Il tutto durante il Ramadan – la loro colpa.
È questa l'eredità che intendi lasciare? Questa, l'Europa libera?
Venerdì mattina sapremo com'è andata. Ma in qualsiasi caso non ti verrà concesso di rattristare la mia giornata. Venerdì è il compleanno di mia figlia, la cosa più bella che abbia prodotto nella vita, la somma perfetta mia e di sua madre. Lo sai che ha un nome che, per scelta, si pronuncia all'inglese? Non fa niente. Perché quello che tenterò di insegnare lei non saranno le chiusure, il classismo, l'indifferenza e la freddezza che sempre più ti stanno caratterizzando in questi tempi Saranno invece l'incitamento alla fratellanza dei film di Ken Loach; il coraggio di osare di quelli che producesti per Stanley Kubrick; la bellezza del suono della BBC Orchestra; il solismo di Julian Bream; gli scritti sull'infanzia di Donald Winnicot; l'imbattibile irriverenza di Never Mind The Buzzcocks; l'autoironia degli Iron Maiden con Mr. Bean; il significato sociale dei Beatles e degli Smiths; la dizione di Jeremy Irons. Sheila Delaney. Mark Ravenhill. William Shakespeare.
Come disse il tuo grande figlio, John Lennon: “Non li perdonerò mai. Ma ciò non mi impedisce di volergli bene”.

E così sarà anche per me.

sabato 18 giugno 2016

Cafonals

Transitare in aeroporto, di questi tempi, senza imbattersi in flottiglie di aspiranti giovani in partenza per l'ultrapagano, postmordernissimo rito dell'addio al celibato/nubilato, è ormai cosa rara. In casi estremi, è possibile assistere a partenze di celebranti non solo per la stessa destinazione, ma persino con lo stesso aeromobile.
Quello che fino ad un decennio fa era, sì, pagano, ma tabuico, aspira oggi alla piena certificazione di categoria 'cafonal', The Cafonal Hall Of Fame - conseguenza delle politiche a basso costo nel trasporto aereo e di un provincialismo che, lungi dall'essere vinto, ha girato in tondo ed ora si morde la coda (o, relativisticamente parlando, guarda lontano, ma ciò che vede è unicamente la propria nuca di provincia).
Ciò che questi personaggi da “tunnel del divertimento” sembrano non avere capito, è roba che in un istituto serio farebbe rischiare l'anno: di tamarri se ne hanno già abbastanza in giro senza bisogno che noi si debba pure subire – magari seduti davanti o dietro di noi - tutta questa ostentazione di falli finti, denudamenti, costrizioni da extraordinary rendition, magliette con slogan esoterico e atteggiamento da branco (reparto uomo); falli finti, abito da sposa alla Vivienne Westwood o – peggio – sbrindellato in stile molestia, vergogna patriarcale e grande insicurezza (reparto donna primavera-estate). Per entrambe le compagini, una quasi totale assenza di senso del ridicolo. E poi: gli splendidi palestrati-lampadati-depilati-tatuati che guidano il futuro sposo, così come le tristissime suorine dall'imbarazzo isterico che reggono il velo delle future spose, con il loro, sottinteso, mal esplicitato 'liberi e belli', cosa intendono quindi comunicarci, che noi già non si sappia?
Ricordo con dolcezza quello che fu l'unico addio al celibato cui abbia preso parte in vita mia. Bill Clinton era alla sua prima presidenziale, quando l'amico Walter ingravidò colei che da allora è sua consorte, e madre dei loro due figli. A differenza di oggi, in quell'occasione si fu anzitutto in presenza di un evento - quale è sempre lo spargimento del seme in maniera poco controllata. (Oggi, era se non priva di eventi degni di questo nome di certo inflazionata da eventi-bufala, manca del tutto la motivazione di partenza. Tutti si sposano, tutti ingravidano, festeggiano, sputtanano e rovinano). Venne organizzato, l'addio, nei boschi, in collina. No movida, no cibo, no crudités, no fica. Niente effetti speciali o colori ultravivaci. Anticipammo le politiche di trasporto a basso costo con una spola delle poche macchine allora a disposizione ed alcune Vespa (con contributo pari a diecimila lire venne acquistato cibo e bevande). Alle dieci di sera di un luglio indimenticabile, nel bosco era buio pesto. In sostanza non successe niente. Ma le leggende di quella notte circolano tutt'ora, elargendo ilarità. Perdemmo una buona parte di innocenza. Nessuno seppe di noi. Non il pronto soccorso e nemmeno alcune delle nostre famiglie (!). Dell'aeroporto non conoscevamo forse neanche la localizzazione.
Non mi sembra possibile (eppure è così) che esseri umani di ultima generazione possano non realizzare che il futuro consorte, durante la tre-giorni, con molta probabilità andrà orizzontale per copione e per la biblica debolezza della carne. Come non mi sembra possibile che l'esemplare medio della specie qui considerata goda di una tale, satanica apertura mentale da consentire ciò mantenendo inalterati i sentimenti. Il Reverendo Marylin Manson asserì - all'incirca ai tempi di The Golden Age Of Grotesque - che egli non si accoppiava promiscuamente con l'intento – reputato debole - di tradire la propria compagna: fornicava per essere performante con quest'ultima. Ecco: non è che sia un discorso, questo, che capiti di sentire di sovente. Scartiamo quindi l'ipotesi numero uno: ampia libertà dei costumi sessuali.
Non è possibile, poi, che un weekend da leoni, anche se condotto all'insegna dell'astinenza sessuale, risulti più facilmente accettabile. Il futuro consorte è chiaramente in fuga (pessimo segnale) o, peggio, succube del branco degli amiconi (altro pessimo segnale: se cedi ad una pressione per nulla paragonabile a quella che può essere sperimentata in un regime di vera convivenza, di condivisione, davvero ti attende l'inferno). Buona fortuna.
C'è un solo vero significato attribuibile all'odierna ritualistica dell'addio al nubilato/celibato: attenuare per mezzo di un'orgia di eccessi la consapevolezza del domani di impegni adulti che ci attendono, la fine delle assoluzioni per mezzo delle attenuanti, l'ingresso nella vita adulta intesa come percorso di scelte dalle quali non vi è ritorno; la fine della gratuità e della giovinezza.

Tutto il resto è noia.

mercoledì 8 giugno 2016

V Come Vendetta

. . . walked over to him, showing no panic or particular hurry, stooped, turned him on his back and looked onto his face. He was still alive but fading.
'Amanda Jane, mi hija,' said the gunman and used the sixth shot to shred his entrails.
. . . si avvicinò, senza mostrare panico o particolare fretta, si sporse in avanti e lo girò sulla schiena, per guardarlo in faccia. Era ancora vivo, ma per poco.
'Amanda Jane, mi hija,' disse l'assalitore, ed usò il sesto colpo per farne a pezzi le interiora.
Frederick Forsyth, Avenger
(Libera traduzione di Stefano Parenzan)
Per il mestiere che faccio, debbo maggiore accortezza, rispetto ad altri, nel guardarmi da illeciti insidiosi, quale l'istigazione a delinquere o l'apologia di reato.
Ma come padre di una bambina di pochi anni non posso esimermi da angoscianti, terrificanti riflessioni ogni qual volta il femminicidio conquista la prima pagina - grazie ad efferatezze come quelle del rogo di Roma.
Al fine di tutelarmi, quindi, da conseguenze penali, fornirò di seguito un esempio per interposta persona.
Un conoscente particolarmente gentile nei miei confronti non manca mai, ad ogni incontro, di chiedere notizie di mia figlia. Lo aggiorno puntualmente con grande piacere ed orgoglio, per poi ricambiare l'interessamento chiedendo della sua, ragazza adolescente, brava studentessa e, dallo scatto che mostra me sul telefono, dotata di un bellissimo aspetto. Miro al suo meritato compiacimento chiedendogli con quali metodi dissuasivi egli tenga a bada il codazzo di boys che immagino infestino il vialetto di casa sua. Risponde che, come molti papà, anch'egli vive questo momento in uno stato di leggera ma costante allerta, frutto non solo di un sano istinto naturale, ma anche dei fatti di cronaca di cui sopra. Dice di essere recentemente giunto ad una triste consapevolezza. E cioè che se domani dovesse toccare lui il ruolo di padre di una figlia minacciata di morte per questioni sentimentali, l'ingrato ruolo che lo attende sarebbe quello della sfida all'eliminazione, a costo di soccombere egli stesso. Highlander. Ne resterà uno solo. Si sa che le denunce non sortiscono effetto, dice. E che, spesso, è proprio la sottovalutazione dei fatti da parte dei genitori a consentire a questa particolare specie di mostri l'avverarsi dei loro sogni di sterminio. Quindi, conclude, egli si ritroverebbe moralmente, fatalmente, al bivio inazione/concretizzazione-della-minaccia o eliminazione/costituzione-all'Autorità competente.
E qui mi fermo.
Una persona che di problemi della psiche ne sa, mi dice, per tornare all'uccisore di Roma: “Come si recuperano trent'anni di anafettività” - a suo parere il retroterra comune a molti di questi soggetti -? (Il quesito è chiaramente retorico: non si recuperano. All'erta, genitori tutti). Ed è anche, in qualche modo, la tesi esposta nella bella e tragica intervista ad Umberto Galimberti, pubblicata da Wise Society in tempi non sospetti (2011).
Se per i criminali incalliti, pericolosi, letali, coloro che più o meno scientemente hanno scelto l'illegalità, la prima, essenziale condizione per realmente portare a compimento un'azione clamorosa ed inattesa è il non dirlo, esattamente il contrario risulta essere invece per gli squilibrati - storicamente e statisticamente più ciarlieri, sempre fedeli alle proprie promesse.
Se quindi vogliamo risparmiarci un'esistenza all'insegna del raddoppio delle cifre percentuali riguardanti l'omicidio (e lo vogliamo); se davvero vogliamo divenire genitori con le identiche, naturali preoccupazioni per maschi e femmine; se vogliamo evitare che la disperazione genitoriale si tramuti in un aumento (potenziale) dei padri condannati al bagno penale per essersi volontariamente sostituiti alla giustizia; se pensiamo che una società in mano alle donne sia degna di plauso e di critica esattamente come quella maschilista odierna, urge un cambio di mentalità (che ne dite di leggere qualche libro in più?) ed una stretta in termini giurisprudenziali (la certezza della pena).
Ho seguito, in questi giorni, l'avvincente vicenda di Virginia Raggi, giovane avvocatessa romana, al ballottaggio per la carica di sindaco di Roma. E penso – parallelo spontaneo – al caso Sadiq Khan, quarantenne legale dal piglio ruspante, pakistano di origine e musulmano di religione, attuale sindaco di Londra. Penso sia un po' (nessuno me ne voglia per ciò che sto per dire) come immunizzarsi dal veleno assumendone piccole dosi: se ne potrebbe persino riconoscere inattesi benefici. Una società ancora pregiudizialmente ancorata ad una visione patriarcale del femminile non può che trarre beneficio da una attribuzione di responsabilità e potere come quella, altamente simbolica, di cui dispongono oggi i romani. Esattamente come concedere pieni poteri per la gestione della città più cosmopolita del mondo al figlio-di-quello-col-turbante-che-guidava-il-bus-a-due-piani. A costo di passare per sostenitori dei Cinque Stelle pur se non lo siamo. Ne vale.

Buona fortuna a tutti.

venerdì 20 maggio 2016

Seriali

L'imbecillità da terzo millennio vissuto male ha prodotto un nuovo mantra. Sempre più di sovente, schiere di neo piritolli1 pronunciano con tracotanza quella che, secondo peculiari metri di giudizio, sembra essere la nuova quintessenza della modernità; una dichiarazione che, nel solito vocabolario basic e nella sintassi trasandata, racchiude tutta una virilità fatta di mega e gigabyte, di prestazioni ultraveloci, senso della legalità alla Fabrizio Corona, ed un'atterrente paura del nuovo:
“Ieri mi sono sparato quattro stagioni di seguito di Breaking Bad”.
Scrive Aldo Grasso: “la straordinarietà di molti telefim sta nella scrittura attraverso la quale queste vicende si legano e si dipanano, si sostengono e si rilanciano nell'obbligatorietà degli appuntamenti settimanali”2.
Tenere a mente, please: obbligatorietà degli appuntamenti settimanali.
Riflettiamo, ora, noi che abbiamo vissuto la serialità televisiva ante Web. Pochissimi (e chi scrive, non è tra questi), al tempo di Happy Days e Hazard, disponevano della cultura narrativa e televisiva, oltre che di una particolare sensibilità interpretativa, utile a comprendere il messaggio convogliato dal telefilm. Le serie appena citate, va riconosciuto, non erano particolarmente stimolanti in tal senso. Poco si prestavano al gioco di allusione, suspence e rimando che caratterizza, invece, il rapporto con lo spettatore nel telefilm moderno (almeno a partire dalla messa in onda italiana di Sette Storie Per Non Dormire e Ai Confini Della Realtà). Ciò di cui si disponeva, fino almeno i primi anni '90, fino a quando la 'tivù' generalista da una parte e il download dall'altra non ne hanno fatto un nemico, era il tempo, l'attesa – criteri, questi, messi in computo, tra l'altro, dagli stessi autori delle grandi stagioni narrative seriali. L'attesa del nuovo episodio (quasi sempre la settimana successiva) induceva ad una sforzo riflessivo, alla creazione di ipotesi, alla ricapitolazione del 'già visto' e alla valutazione dei caratteri dei personaggi in gioco. Componenti che potevano trovare conferma o disconferma solo alla successiva visione, con il messaggio in lenta, costante emersione dallo scarto tra questi due valori. Il pubblico più appassionato è stato quindi educato gradatamente attraverso lente modificazioni introdotte nella struttura espositiva e narrativa del telefilm.
Secondo Konrad Lorenz3, caratteristica distintiva dell'essere umano è la riflessione. Secondo un pensiero che potremmo ricondurre al tardo Jung4, invece, è adulto l'essere umano capace di progettare nel lungo termine - e quindi di attendere lontano della principali ansie. Inutile dissertare, qui. I dati parlano chiaro. I piritolli di cui sopra sono l'ennesima sottospecie di ritorno, del tutto funzionale alle finalita commerciali delle padronanze Web del vapore. Non interpretano, non dispongono di un livello di lettura, sono assorbiti dal finale (ansia da prestazione). Nessuna meraviglia, allora, se i marciapiedi, le ferro/aviostazioni, i bar dell'angolo, i centri commerciali, i cinema multisala, i centri storici e quelli benessere, le aule magne e di partito, le sale-riunioni e i centri-convegni pullulano di creature per le quali nemmeno più basta quella comprensione che si potrebbe elargire loro (la bellissima lezione di David Foster Wallace sull'umanità in cassa al supermercato). A prescindere dal prodotto - sebbene uno che guardi in sequenza ininterrotta quattro serie di Breaking Bad dovrebbe non solo “richiamare l'attenzione le Forze dell'Ordine”5 e quella del Servizio Tossicodipendenze più di chi faccia lo stesso con La Casa Nella Prateria (o forse no) -, chi fagocita in maniera apparentemente indolore quattro o più stagioni di un'opera che è invece concepita con attentissime calibrazioni temporali, o vanta un quoziente intellettivo pari a 184 - ed allora è Ted Kaczinski - o più semplicemente rientra nell'ultracitato calderone degli italiani che non leggono più, neanche più interessati ad affrontare l'ultima pagina per vedere 'come va a finire' (si rivolgono al medium che maggiormente asseconda la passività di ognuno).
Siamo al ribaltone. L'opera cinematografica è resa episodica da chiacchiere, minzioni nevrotiche, sms, pop corn, pomiciate e battute ad alta voce. La serie, al contrario, muta in un continuum che ha molto a che fare con la modalità di fruizione imposta dalla 'rete'. (Mc Luhan aveva ragione).
Pensateci.
1Per un approfondimento sulla figura del piritollo, si legga l'articolo L'Italia al Tempo dei Piritolli, di Pietrangelo Buttafuoco;
2Aldo Grasso, Buona Maestra, Mondadori 2007;
3Konrad Lorenz, Gli Otto Peccati Capitali Della Nostra Società, Adelphi, 1974;
4Aldo Carotenuto, Amare Tradire, Bompiani, 1991;
5Il Teatro Degli Orrori, Dell'Impero Delle Tenebre, 2010;

giovedì 5 maggio 2016

1975

Impedito da un lutto a dall'esaurimento dei biglietti, non ho potuto assistere alla data milanese di The 1975. Passo allora a mutare quella che doveva essere la recensione di un concerto in 'marketta' (suoneranno a Rock In Roma il 13 luglio prossimo), provando a spiegare a chi non li conoscesse, o avesse di loro solo un'idea vaga, perché The 1975 valgono l'acquisto di un disco o di un posto a sedere.
Esordiscono brillantemente poco più che ventenni, nel 2012, con il classico album omonimo. E credete: come è sacrosanto mandare a fare in culo ogni giovinastro che si presenti con niente altro che la propria miseria, è altrettanto giusto prestare loro ascolto quando appare evidente abbiano qualcosa da dire che non rientri nella sfera di conoscenza di noi matusa con le superpalle. Tanto più se ciò viene detto con stile.
Vengono da Wimslow – come dire la Milano 3 dell'hinterland di Manchester. Borghesissimi, ci risparmiano tutte le riflessioni sull'arte originata dalla sopravvivenza suburbana e proletaria.
Hanno personalità da vendere, quanto meno a giudicare dalla leggerezza adolescenziale e dalla episodica strafottenza dell'uomo di punta del gruppo, il cantante Matt Healy. Esprimersi senza vergogna per mezzo di moduli musicali già sperimentati richiede grande sicurezza (esattamente ciò che la nostra società va perdendo giorno dopo giorno per sgocciolamento).
Prestate attento ascolto, in cuffia e a massimo volume, a brani come The City e Robbers, dal disco di esordio. E poi giudicate voi stessi quante canzoni avete in mente che possano essere affiancate a piccole perle come queste.
Se vi piace viaggiare no-frills, così da pagare il vostro turismo sessuale una miseria, dovreste essere in grado di apprezzare l'assoluta sobrietà (semplicità) formale di questo quartetto. No virtuosismi, no concessioni, no divagazioni, no lungaggini, no sperimentazioni. Semplicemente, un sano vivere la propria arte.
Non pretendono di 'giocare ai grandi' – sebbene è probabile che lo diventino, artisticamente (commercialmente sono n°1 in Inghilterra e Stati Uniti). Come ogni giovane gruppo maschile, anche The 1975 concedono sporadiche aperture a riferimenti sessuali – maggiormente evidenti nei videoclips. Natiche, profili di seno e ragazze in lingerie (come nel video di Girls) restituiscono i quattro inglesotti alla dimensione più adatta a ragazzi della loro età: l'accoppiamento. Per non parlare dell'autoironia del video di The Sound. Grande idea. 
Godono, dal vivo, di un suono pulito in grado di rendere assai bene la loro ordinaria essenza, appunto, di ragazzi puliti – artisticamente parlando -, appassionati, capaci di trasferire al pubblico un'idea che sempre più latita nel mondo tardo-adolescenziale: la bellezza.
Il successo ha arriso loro giustamente. La perdita dell'innocenza è pertanto alle porte (e quale coerenza con il titolo dell'ultimo disco, I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It): godeteveli, prima che sia troppo tardi. (guardate la perdita dell'innocenza cosa ha comportato per un gruppo come gli U2: Achtung Baby fu a ciò la risposta e la reazione, dopodiché il tracollo). Un piccolo cedimento degli argini lo si può sentire in Shoot Out At The University Fair. Uno spasso.
Sanno cos'è la gavetta – e cioè il sacrificio. I Beatles degli esordi suonavano, montando e smontando l'attrezzatura, anche tre volte al giorno in differenti locations. Agli standard odierni, The 1975 hanno tenuto, tra il 2012 e il 2014, circa 600 concerti, i primi, specialmente, proprio in stile Fab Four prima maniera, a bordo di un furgone.
Sono il superamento dei Depeche Mode. Si districano tra chitarre e campionamenti, ma per fini diversi. Trenta e più anni dopo, si può dire. La musica dei Depeche Mode fu, per sua buona parte, la conseguenza stilistica delle mortificazioni subite in gioventù dal loro fondatore e principale autore, Martin Gore. Oggi, a tali evenienze siamo purtroppo preparati, e la rassegnazione permette paradossalmente di godere nuovamente della vita, del momento, dell'attimo, della sensazione. E la musica di brani come Girls e The Sound lo dimostrano.
Si pensi – restando, tra l'altro, nell'area geografica di pertinenza -, a chi e cosa erano i Radiohead ventitré anni fa, ai tempi di Pablo Honey.
C'è poi il fatto, già accennato, dell'anagrafe. Sono giovani. Sono giovani, e non si può che tributare loro tutta l'invidia possibile. Perché sono loro, adesso, ad essere belli, forti, speranzosi e – come si diceva addietro – innocenti. Invidia per tutto quanto potevamo essere un po' tutti noi.
“[...] va bene, mio vecchio Corneille, può darsi che le cose vadano come dici tu, ma nel frattempo io ho ventisei anni e di te me ne fotto! Chiaro, non le pare?”1
Buon ascolto.

1Giancarlo De Cataldo, Romanzo Criminale, Einaudi, 2002;

venerdì 8 aprile 2016

Slipknot

“[…] dobbiamo rassegnarci a ritrattare un principio per il quale ci siamo sempre battuti: il rifiuto della pena di morte. […] Questi non sono uomini. Sono belve. E come belve vanno trattate. Di qualunque colore siano.”
Queste parole, scritte all'indomani della strage di Bologna da Indro Montanelli, ben si adattano alla difficile situazione odierna di noi europei. Mi riferisco all'emergenza generata dal terrorismo – e, nello specifico, ai fatti di Parigi e Bruxelles, ma anche di Ankara ed Istanbul (può non piacere, ma si ricordi che la Turchia è paese candidato all'ingresso nell'Unione Europea). Ben si adattano, poi, ad una emergenza di carattere più circoscritto, sovente sconfinante nel personale: l'emergenza criminalità.
È di giorni fa (31 marzo) la notizia della cattura da parte dei Carabinieri della banda che per mesi ha terrorizzato il saronnese, con aggressioni a colpi di mannaia (!) finalizzate alla rapina. Il fatto mi tocca da vicino perché, in questo caso, uno degli aggrediti risulta essere un conoscente. Non scenderò nei dettagli della vicenda, non occupandomi io di 'nera'. Penso non ci voglia molto a realizzare cosa comporti l'essere aggrediti di sorpresa, la sera, di ritorno dal lavoro, disarmati ed in inferiorità numerica. A colpi di mannaia, signori. Shock. Paura. Dolore. Umiliazione. Nel caso in questione, le conseguenze di lesioni gravissime.
Sono stati presi. Sei. Giovani, clandestini, usi a delinquere. Come tanti Bellodi, anche i bravi Carabinieri che hanno portato a termine l'operazione tratteranno i catturati come stabilito dalla legge, astenendosi da iniziative personali. Si possono facilmente immaginare i commenti che la vicenda ha generato al suo epilogo. Pertanto non li riporterò né in calce né tramite collegamento alle pagine social che li ospitano. La domanda che ora si pone è: quale trattamento va riservato a questi criminali?
'NEXT STOP IS: LONDON TOWER!'

Fino al 1964, la Torre di Londra, oggi luogo di attrazione turistica, è stata la sede ufficiale – e simbolica – delle esecuzioni capitali nel Regno Unito. Centotrentatrè esecuzioni dal 1388 alla data sopracitata, per mezzo di tecniche quali: fucilazione, decapitazione, rogo, annegamento. Nel ventesimo secolo il patto sociale tra lo stato britannico ed il cittadino è stato grossomodo il seguente. Io, stato, per il mantenimento dell'ordine pubblico, rivolgo a te, cittadino, la mia tutela per mezzo del bobby, quale rappresentante della legge. Detto rappresentante si rapporterà a te disarmato, non in grado di offendere, e quindi non belligerante. La tua risposta, cittadino, dovrà avvenire con le stesse modalità. Pertanto ogni aggressione nei confronti di un bobby comporterà la pena capitale per l'aggressore. Chiaro. Poi giunse la Swingin' London, i Beatles divennero quelli di Rubber Soul, un avvocato di nome Peter Benenson si ritrovò a capo di un movimento successivamente conosciuto come Amensty International, i figli dei fiori all'orizzonte. Non era più tempo per tirare colli in nome di Sua Maestà. The end.
La cultura non migliora né modifica gli esseri umani. Sono effetti, questi, che essa esercita esclusivamente sui convertiti, su chi, cioè, ha già operato in sé una scelta culturale. È verificabile quotidianamente. Sono così liquidate tutte le prediche sul recupero da esercitarsi sui criminali efferati in regime di carcerazione. Una persona a me vicina, che di queste cose ne sa, dei sei ospiti di cui sopra ha detto: “questi sono psicopatici”. Quale l'utilità, quindi, ad inserire nel sistema carcerario nazionale figuri di questo calibro? Certo: è probabile che io per primo, chiamato all'ipotetico dovere dell'esecuzione, non abbia la forza e il coraggio per issare il condannato. Incapacità che, culturalmente parlando, ci porta alla figura controversa del conte De Maistre, uomo coltissimo e teorico della figura del boia. “Ogni grandezza, ogni potere, ogni subordinazione dipendono dal boia: egli è l'orrore e il legame dell'associazione umana”, scriveva. De Maistre è considerato dai più come il generatore del pensiero alla base dei fascismi del ventesimo secolo – ruolo successivamente imputato al pensiero di Friedrich Nietsche. Vero o forzato che sia tale giudizio, De Maistre aveva colto nel segno – ed aiuta noi a fare altrettanto.
AMARCORD
Qualcuno di voi, probabilmente, conserva di chi scrive un ricordo di gioventù, quando questi predicava a favore della moratoria sulla pena di morte, sostenendo le azioni di Amnesty International.
A riguardare quel giovane, provo tenerezza, ma nessun rimorso. Ci ho creduto. Non mi ero ancora scottato con le cose della vita. La riflessione era limitata, e l'istinto galoppante.

Aveva ragione Montanelli: siamo tutti costretti a rivalutare i nostri princípi, a ricrederci. E dolorosamente. 'Il Direttore' esplicitò allora la propria soluzione in totale onestà. Quali io ritenga siano, o debbano essere, gli esiti di tale, necessaria revisione oggi, penso lo si possa intuire.

lunedì 28 marzo 2016

La Grande Bruttezza

To me you're nothin' but dogshit, you understand? And a lot of things can happen to dogshit. It can be scraped up with a shovel off the ground. It can dry up and blow away in the wind. Or it can be stepped on and squashed. So take my advice and be careful where the dog shits ya!
Per me non sei altro che merda di cane, hai capito? Ed un sacco di cose possono accadere alla merda di cane. Può essere scrostata da terra con una paletta. Può seccare e disperdersi al vento. O può essere pestata e spiaccicata. Quindi sta bene attento a dove il cane va a cacarti!
(Coraggio. . . Fatti Ammazzare, di Clint Eastwood, 1983.
Libera traduzione di Stefano Parenzan®)
Ascensore Per Il Patibolo
Ieri l'altro, in un ascensore di servizio, mi sono trovato a subire la convivenza forzata ed ineludibile di una clique di pessimi figuri. Il che ha indotto in me una riflessione: chi – o cosa - è una brutta persona?
Partiamo dal dato esteriore.
La suddetta clique risultava composita in maniera alquanto disturbante. Un conoscente, un adolescente, un adulto nella cinquantina, altri due adulti nei quaranta, giovane di età indefinita con faccia da amicone; sesso: M; abbigliamento disparato da A-Team; chi rasato chi no (l'adolescente glabro per ovvi motivi), sembravano tutti rispondere ai segnali dell'adulto cinquantenne – lo Hannibal Smith del gruppo (ma privo del fascino di George Peppard).
Saluto. Vengo ricambiato da uno solo di loro (l'adulto nei quaranta). Subito formalità per alleggerire l'imbarazzo (“come va?”). Hannibal chiarisce, molto sicuro di sé, che “alle due (del mattino, n.d.r.), di solito, si è in giro per ciulare”. Replico sarcastico che, per la mia esperienza, tutti coloro che ho incontrato a quell'ora del mattino se non venivano da una ciulata vi erano attesi di lì a poco. La clique non afferra e si limita a sorrisini compiaciuti (è chiaro che questi, di 'froci', non ne vogliono). Hannibal rincalza prendendosela con il mio copricapo (di lana, da rapper capelluto). “Poi, se ti vedono con quel cappello lì, ti fermano di sicuro.”
La corsa è finita. Esco dall'ascensore senza proferire ulteriore parola – ricambiato, in questo, con identica moneta -, e torno ai cazzi miei (bellissimi, i cazzi miei).
Rimuginando tra i predetti, mi si insinua nel cranio questo pensiero: figlia mia, diventa ciò che vuoi, nella vita. Ma non diventare – ti prego –, per nessuna ragione, anche solo lontanamente come le brutte persone che ho appena incontrato. Non farlo per amore di tuo padre: devi farlo per amor proprio.
Il Buono, Il Brutto & Il Cattivo.
Parte I - (Il Brutto)
Una brutta persona è colui/colei che risulta sempre e comunque prevedibile. Non sto parlando di persone con pregiudizi. Chi, di fronte al nuovo e al diverso da sé risponde con il pregiudizio, è persona, in genere, psicologicamente intelligente. Per troppo tempo il pregiudizio è stato visto e vissuto esclusivamente nella sua accezione negativa – che confonde l'avere un pregiudizio con il vivere di pregiudizio. Se tutto quanto ci è sconosciuto non genera in noi una risposta pregiudiziale, significa, quanto meno, che il nostro pensiero, la nostra personale visione delle cose, manca di un indirizzo coerente con il nostro particolare sentire. La brutta persona è quasi sempre sconfinante nel comico o nel tragico – o in quella particolare forma del grottesco che è il tragicomico. È ambigua nel vestire, nel senso che – lungi dall'affermare che l'abito fa il monaco – ostenta di proposito un abbigliamento in grado di garantire ad essa una connotazione socialmente accettata - e puntualmente non corrispondente alla sua vera, aberrante natura. La brutta persona – da non confondersi con il malvagio – non mira a circuire il prossimo: semplicemente lo trascina nel gorgo dell'abbruttimento generato dalla sua intrinseca natura (mai sentito parlare di persona senza arte né parte?). Abita il luogo comune senza averne mai veramente analizzato le implicazioni. Vuole risultare simpatica e brillante al solo fine di vedere confermata la propria pseudo-filosofia di vita - e disconfermata quella altrui. Si circonda di esseri miseri, tali per il solo fatto di non avere la forza per reagire ad un spinta in realtà nulla. Manca di senso della spazialità. Non conosce, non approfondisce, non ama. La brutta persona dissimula al punto da non potersi mai dire quando scherza e quando no. Come una sorta di Gozzilla senza storia, si nutre della chiacchiera, del sentito dire, di ogni argomento strumentale alla sua esistenza priva di senso – ingredienti che restituisce ad ogni occasionale incontro metabolizzati nella foggia della propria persona.

Morale: il futuro è nelle scale.