giovedì 5 maggio 2016

1975

Impedito da un lutto a dall'esaurimento dei biglietti, non ho potuto assistere alla data milanese di The 1975. Passo allora a mutare quella che doveva essere la recensione di un concerto in 'marketta' (suoneranno a Rock In Roma il 13 luglio prossimo), provando a spiegare a chi non li conoscesse, o avesse di loro solo un'idea vaga, perché The 1975 valgono l'acquisto di un disco o di un posto a sedere.
Esordiscono brillantemente poco più che ventenni, nel 2012, con il classico album omonimo. E credete: come è sacrosanto mandare a fare in culo ogni giovinastro che si presenti con niente altro che la propria miseria, è altrettanto giusto prestare loro ascolto quando appare evidente abbiano qualcosa da dire che non rientri nella sfera di conoscenza di noi matusa con le superpalle. Tanto più se ciò viene detto con stile.
Vengono da Wimslow – come dire la Milano 3 dell'hinterland di Manchester. Borghesissimi, ci risparmiano tutte le riflessioni sull'arte originata dalla sopravvivenza suburbana e proletaria.
Hanno personalità da vendere, quanto meno a giudicare dalla leggerezza adolescenziale e dalla episodica strafottenza dell'uomo di punta del gruppo, il cantante Matt Healy. Esprimersi senza vergogna per mezzo di moduli musicali già sperimentati richiede grande sicurezza (esattamente ciò che la nostra società va perdendo giorno dopo giorno per sgocciolamento).
Prestate attento ascolto, in cuffia e a massimo volume, a brani come The City e Robbers, dal disco di esordio. E poi giudicate voi stessi quante canzoni avete in mente che possano essere affiancate a piccole perle come queste.
Se vi piace viaggiare no-frills, così da pagare il vostro turismo sessuale una miseria, dovreste essere in grado di apprezzare l'assoluta sobrietà (semplicità) formale di questo quartetto. No virtuosismi, no concessioni, no divagazioni, no lungaggini, no sperimentazioni. Semplicemente, un sano vivere la propria arte.
Non pretendono di 'giocare ai grandi' – sebbene è probabile che lo diventino, artisticamente (commercialmente sono n°1 in Inghilterra e Stati Uniti). Come ogni giovane gruppo maschile, anche The 1975 concedono sporadiche aperture a riferimenti sessuali – maggiormente evidenti nei videoclips. Natiche, profili di seno e ragazze in lingerie (come nel video di Girls) restituiscono i quattro inglesotti alla dimensione più adatta a ragazzi della loro età: l'accoppiamento. Per non parlare dell'autoironia del video di The Sound. Grande idea. 
Godono, dal vivo, di un suono pulito in grado di rendere assai bene la loro ordinaria essenza, appunto, di ragazzi puliti – artisticamente parlando -, appassionati, capaci di trasferire al pubblico un'idea che sempre più latita nel mondo tardo-adolescenziale: la bellezza.
Il successo ha arriso loro giustamente. La perdita dell'innocenza è pertanto alle porte (e quale coerenza con il titolo dell'ultimo disco, I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It): godeteveli, prima che sia troppo tardi. (guardate la perdita dell'innocenza cosa ha comportato per un gruppo come gli U2: Achtung Baby fu a ciò la risposta e la reazione, dopodiché il tracollo). Un piccolo cedimento degli argini lo si può sentire in Shoot Out At The University Fair. Uno spasso.
Sanno cos'è la gavetta – e cioè il sacrificio. I Beatles degli esordi suonavano, montando e smontando l'attrezzatura, anche tre volte al giorno in differenti locations. Agli standard odierni, The 1975 hanno tenuto, tra il 2012 e il 2014, circa 600 concerti, i primi, specialmente, proprio in stile Fab Four prima maniera, a bordo di un furgone.
Sono il superamento dei Depeche Mode. Si districano tra chitarre e campionamenti, ma per fini diversi. Trenta e più anni dopo, si può dire. La musica dei Depeche Mode fu, per sua buona parte, la conseguenza stilistica delle mortificazioni subite in gioventù dal loro fondatore e principale autore, Martin Gore. Oggi, a tali evenienze siamo purtroppo preparati, e la rassegnazione permette paradossalmente di godere nuovamente della vita, del momento, dell'attimo, della sensazione. E la musica di brani come Girls e The Sound lo dimostrano.
Si pensi – restando, tra l'altro, nell'area geografica di pertinenza -, a chi e cosa erano i Radiohead ventitré anni fa, ai tempi di Pablo Honey.
C'è poi il fatto, già accennato, dell'anagrafe. Sono giovani. Sono giovani, e non si può che tributare loro tutta l'invidia possibile. Perché sono loro, adesso, ad essere belli, forti, speranzosi e – come si diceva addietro – innocenti. Invidia per tutto quanto potevamo essere un po' tutti noi.
“[...] va bene, mio vecchio Corneille, può darsi che le cose vadano come dici tu, ma nel frattempo io ho ventisei anni e di te me ne fotto! Chiaro, non le pare?”1
Buon ascolto.

1Giancarlo De Cataldo, Romanzo Criminale, Einaudi, 2002;

Nessun commento:

Posta un commento