Sono
politico, che c'è di strano?
Ho il nome
di Santoro e il cognome di Gaetano
(Caparezza)
Ho consigliato un libro
di Marco Travaglio ad una conoscente che mi ha consultato per una
lettura su fatti di attualità recente. “Ma Travaglio. . . come
dire: è troppo politico”, replica lei.
Onore al Caparezza –
comunista – per avere anche questa volta anticipato e codificato
l'ennesimo episodio di ignoranza dilagante, della quale ormai ci si
può solo prendere gioco.
Come ci si convince, in
regime di totale assenza di letture, che qualcosa è troppo politico?
Meglio: chi può indurre una simile opinione? Risposta: Silvio
Berlusconi, Laura Pausini, Il Volo, Carlo Conti, Fiorello, il
Festival di Sanremo, One Direction, Alessia Marcuzzi, Jovanotti.
Non voglio in questa sede
prendere le difese di Marco Travaglio. Non lo conosco di persona e
penso non abbia bisogno della mia assistenza. Possiedo un solo suo
libro – Montanelli & Il Cavaliere –; ho letto la prefazione –
brillante – a quello di Bruno Tinti – Toghe Sporche -, e leggo di
frequente i suoi editoriali su Il Fatto Quotidiano.
Ho riletto Montanelli &
Il Cavaliere proprio per verificare, a debita distanza temporale,
quanto di politico vi sia, effettivamente, nei lavori di Marco
Travaglio.
Cerchiamo di capirci.
Questo libro, che ricostruisce la vicenda italianissima del classico
siluramento di chi si è opposto alla prepotenza del padrone, è
quanto di meno politico vi sia in circolazione. Travaglio scrive ed
enuclea i fatti con stile e rigore da verbalizzante di Polizia. In
quattrocento e più pagine, poche chiose ai paragrafi fanno
trasparire il giudizio estremamente negativo che l'autore ha
dell'ex-premier. L'intento di tanta asciuttezza sembra essere quello
di testare il lettore attraverso una presentazione del materiale tale
da metterlo di fronte ad un atto di responsabilizzazione, consistente
nel giudicare da sé fatti che, se non suscitano alcun moto di
indignazione od un sano interrogativo, sono segno di taciuta
connivenza. Al tempo dell'uscita dell'interessante documentario di
Erik Gandini, Videocracy, venne scritto sulle pagine del
'Corriere' che se la popolazione italiana non è in grado, da sé, di
immunizzarsi da simili storture, non si poteva certo pretendere che
igiene e profilassi civili venissero operate da una pellicola. È
vero. Siamo in grado di vedere e riconoscere solo ciò che già
conosciamo. Quindi perché in assenza di cultura democratica si
ritiene un autore come Travaglio troppo politico? Per i più, la
colpa – tutta italiana – di Marco Travaglio è quella di prendere
posizione in maniera appassionata, al punto da risultare, come si è
detto, troppo politico persino a chi di politica non si è mai
occupato.
Noi esseri civilizzati
(mi si conceda la definizione) siamo politici a prescindere. Quando
ci accusano di fare troppo i filosofi, si è di fronte ad una mezza
menzogna. “Non si può che filosofare”, diceva Kant. Piaccia o
no, persino il tuo parere sul truzzo eliminato al televoto del Grande
Fratello ha una valenza politica. Il giudicare senza pregiudizi è
una stronzata che la scuola – per citarne una – sembra non avere
ancora arginato.
Troppo politico è in
realtà un'accusa che rivela una propria, intima paura: quella del
vedere mortalmente attaccata da un'opinione o un parere la sicurezza
piccolo borghese di chi il culo lo ha sempre avuto al caldo e ben
impomatato. Di chi in una verità appurata da un collettivo vede solo
la minaccia alla propria ereditata serenità. Di chi non ha il
coraggio di una presa di posizione, ignorante al punto da non
rendersene conto.
I danni del berlusconismo
- giusto per esprimere un parere politico -, operati su vasta scala da
coloro che dall'ex-cavaliere si sono sentiti ispirati, e maggiormente
sul piano culturale, vanno oltre gli aspetti monetari denunciati da
Marco Travaglio in tempi non sospetti. Il danno consiste nell'avere
convinto una fetta considerevole della cittadinanza della
pericolosità e del sospetto che, secondo questa compagine, si annida
dietro ogni opinione opposta allo status quo,
con il risultato di avere persuaso di ciò milioni di persone.
L'aggettivo è spesso – o sempre – confuso con il sostantivo, e
'troppo politico' diventa così il giudizio linguisticamente basic
con il quale si opera una squalifica che è dettata da paura, per
imposizione, con prepotenza.
Non ho infine compreso
cosa realmente volesse da me la persona che mi ha chiesto consiglio
per una lettura – e perché a me.
Anni fa, studente e
libraio estivo per l'amico Gianni, consigliai il Diario Di Un Vecchio
Sporcaccione di Bukowski alla commessa dell'esercizio attiguo. Smise
di parlarmi, ma ebbe il coraggio di portare a termine la lettura –
e di giudicarlo solo allora.
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