mercoledì 2 agosto 2017

IL PROFESSORE. La difesa della cultura nell'era del relativismo.


Attilio Piovano è un fine musicologo, del tipo che ci si aspetta da chi, vantando natali sabaudi, sceglie professionalmente questa via: coltissimo, francofono, ottimo pianista, intelligenza pronta, snob come non può non essere un intellettuale di simile caratura. Del suo apporto si avvalgono puntualmente La Stampa ed il Teatro Regio di Torino, ed è voce ascoltata del panorama musicologico contemporaneo. 
25 anni fa è stato il mio docente di Storia della Musica.
Il professor Piovano, nonostante già a quel tempo vantasse tutte le caratteristiche sopra descritte, non riuscì a fare di me un allievo modello (detto per inciso: Attilio Piovano è esente da ogni colpa), ma le sue lezioni, molte delle quali indimenticabili e svolte dallo stesso al pianoforte, hanno aperto porte che ancora oggi attraverso, e dietro le quali sempre mi riesce di trovare stimoli intellettuali leggibili per mezzo delle sue osservazioni e dei suoi consigli. Da allora non ci siamo più rivisti.
Pagato questo tributo di soggezione ultraventennale, il perché di tutto questo amarcord è presto spiegato. Il professor Piovano si è di recente reso protagonista di un gesto dall'alto valore simbolico che ha subito suscitato tutta la mia simpatia e la mia approvazione. Ne sono venuto a conoscenza tramite un post dello stesso professore, commentato da un amico.
In attesa di imbarcarsi all'aeroporto di Caselle, ha avuto la malaugurata fortuna di imbattersi in uno dei musicisti che, in tempi recenti, sempre più spesso le società di gestione ingaggiano al fine di addolcire le attese sempre più lunghe del trasporto aereo. Ad orecchie 'non allenate', la sensazione che si prova può rasentare il paradisiaco. A padiglioni educati, però... È sofferenza allo stato puro. Mi immagino la scena (e Dio sa quanto avrei voluto assistervi):
- Buongiorno. Mi scusi: a nome di tutti i presenti la informo che la misura è colma. Si faccia da parte, per favore.

- ...

Estrae dalla zaino la partitura (azione documentata fotograficamente) ed attacca, ieratico, un brano di Claude Debussy.

Scrive, il professore, sul proprio profilo FB:
...ebbene sì, qualcuno doveva pur farlo lo sporco lavoro: dopo il solito ragazzino che massacrava Per Elisa e il tizio che si beava cincischiando Allevi e le sue cianfrusaglie... E fu così che a Caselle risuonò il Passepied dalla Suite bergamasque. Peccato sia arrivato l'annuncio che il gate era aperto. C'erano i Preludes...”
Ora, non mi permetterò, qui, di dissertare sulla musica francese a cavallo tra ottocento e novecento, specie dopo avere chiamato in causa un esperto come Attilio Piovano. Ciò che mi preme sottolineare è l'ironico “sporco lavoro” con il quale il professore tradisce la fatica quotidiana, da parte di tutti coloro che si occupano professionalmente di musica, del difendere un'arte sempre più bistrattata a livello educativo, manipolata a livello commerciale, e strumentalizzata, dal suo interno, dai residenti di quella zona grigia così ben rappresentata dal giustamente citato Allevi. Le persone, inebetite da un continuum musicale che non concede spazio più per riflessione ed approfondimento (l'Infinite Jest profetizzato da D. F. Wallace), non sono in grado di realizzare che il saper leggere uno spartito ed il muovere le dita con precisione su di una tastiera, per quanto apprezzabili, sono gesti insufficienti ad una lettura veramente estetica di molta della musica conosciuta. In un paese dove tutti, ormai, dichiarano di suonare, ma in cui solo una ristretta minoranza vanta un'educazione musicale di base, il gesto di Attilio Piovano è davvero uno “sporco lavoro” che qualcuno doveva pur fare. Riportare la pratica della musica ai suoi veri valori (la passione, la dedizione, lo studio approfondito, la cura del dettaglio), attraverso la propria, personale interpretazione.
Uno “sporco lavoro” del quale si avverte sempre di più l'urgenza. I competenti ed i talentuosi hanno oggi sempre di più il dovere morale di correre in soccorso di una nazione che, nell'insieme, ha perso ogni possibile concezione del bello. È il solo modo per arginare l'ondata inarrestabile dei ciarlatani della musica. In maniera spontanea. Come ha fatto – ribadisco – simpaticamente il professore.

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