lunedì 2 marzo 2020

OUT OF ENGLAND. Gli italiani e l'Inglese dopo la Brexit.


Lo 'Union Jack' secondo l'artista britannico Banksy.
Giorni fa, Boris Johnson, il primo ministro inglese, ha reso noti i requisiti che, nell'Inghilterra post-brexit, verranno ritenuti essenziali ai fini dell'ottenimento di un visto UK per soggiorno o lavoro. La lingua inglese sarà un requisito imprescindibile, e questo mi ha fatto subito pensare ai tanti italiani residenti a vario titolo, certificato o millantato, nel Regno Unito. Quelli, per capirci, che “vado a Londra” e puntualmente si accampano a Camden, circondati di connazionali, a perpetrare il mito infamante dell'italiano medio. Per costoro si annuncia una stretta che renderà il futuro lavorativo e residenziale alquanto incerto. Quale sarà il livello di capacità linguistica necessario ad evitare un imbarazzante - quanto improbabile – rimpatrio? Quello di Johnson, elitario e sudista, od il semplice, formale livello basic ottenibile con uno sforzo intellettuale minimo? Sono quasi certo che nemmeno il ministero competente sia in grado, in questo momento, di rispondere a questo semplice quesito. La mia impressione è che nel Regno Unito non vi sia grande chiarezza sul da farsi, in questa fase storica, e che le parole di Johnson non valgano più delle sparate di Matteo Salvini. È l'euforia del momento, a dettarle. Ben altra cosa è farne un programma serio di controllo degli accessi. D'altronde, gli stessi inglesi sono i primi a non saper pronunciare senza scadere nel ridicolo due parole che non appartengano alla lingua madre: hanno solo avuto la grande fortuna di vederla imposta come seconda lingua per il resto del mondo. Vedremo. Per tornare ai nostri “cervelli in fuga”, ad assistere a certe prestazioni linguistiche, si ha davvero l'impressione che molti di essi - alcuni, senza dubbio, eccellenze assai gradite all'estero - in tutto siano stati impegnati fuorché nello studio dell'Inglese, vera e propria bestia nera di ogni italiano, da sempre. Si pensi, ad esempio, al caso scandaloso di Radio Freccia, emittente di musica rock con ottimi ascolti in termini numerici, i cui conduttori, quotidianamente, danno prova di un rapporto con l'Inglese a dir poco travagliato (occuparsi di musica rock senza conoscere l'Inglese è come voler approfondire la musica di Richard Wagner bellamente ignorando il Tedesco: impossibile). Giorni fa, la conduttrice di turno propone agli ascoltatori la lettura dell'ennesima biografia di musicista rock (genere letterariamente ignobile, ma va da sé che ad un pubblico come quello di Radio Freccia difficilmente altre e migliori letture possono essere sottoposte). Attenzione: non lo fa con la consueta edizione tradotta: si arrischia a consigliarne l'originale in Inglese. Il lavoro, ennesimo resoconto degli eccessi pre-pensionamento di Ozzy Osbourne, reca il titolo The Nine Lives Of Ozzy Osbourne. La nostra conduttrice lo legge, ma sbagliandone marchianamente la pronuncia (“livs”). Lancia quindi un ascolto in tema e, terminato questo, torna con slancio inconsapevole alla sua bella marchetta. Ripete il titolo con l'identico errore. Altra sviolinata sul madman e quindi via con nuovi ascolti. Si noti questo. Tra l'errore e la sua ripetizione, passano svariati minuti. Un arco di tempo più che sufficiente a qualunque essere umano con un bagaglio culturale ordinario per accorgersi delle brutta figura e suggerirne la correzione. Intervento che, nel caso in questione, però, non ha luogo, facendo sospettare identici problemi con l'Inglese vi siano anche da parte di redazione e regia. Questa, a mio parere, è l'Italia. Una nazione che da una parte si sopravvaluta (esempio ne è il numero via via crescente dei cosiddetti 'tuttologi'), dall'altra una che nutre, a propria difesa, la malcelata certezza che il prossimo sia sempre un inetto o un cretino. Non si spiegano in altro modo, le figure barbine che gli italiani fanno quotidianamente, quando tocca loro di impiegare l'Inglese. Molti dicono che queste sono da attribuirsi alla mancanza d'amore per la lingua di Shakespeare. Anche a voler seguire questa logica infantile, perché, allora, impegnarsi in tutti quegli ambiti dove l'Inglese è la lingua ufficiale? Ingegneri, musicisti, scienziati, astronauti, piloti, tecnici informatici, medici con alti livelli di specializzazione: come può essere possibile ricoprire questi ruoli senza avere dimestichezza con l'Inglese? È come odiare il latino e poi iscriversi al liceo classico. In occasione della recente cerimonia di consegna dei Globe Awards (gli Oscars di serie b conferiti dalla stampa estera residente a Hollywood), Ricky Gervais, nel mostrarsi stupito per l'ennesimo invito a presentarne la serata (causa l'ironia spietata e tagliente messa in campo nelle precedenti occasioni), ha dichiarato: “Per mia fortuna, la stampa estera di Hollywood, a malapena parla Inglese.” (“Lucky for me, the Hollywood foreign press can barely speak English.”). Il problema è quindi condiviso, e non esclusivo del 'bel paese'. Ugualmente, trovo irritante l'atteggiamento degli italiani quando hanno a che fare con l'Inglese: denota provincialismo – che, a ben vedere, è uno dei nostri grandi problemi, quello con le più gravose conseguenze su tutto il resto. Per nostra fortuna, questa situazione è destinata a non durare a lungo. La Cina sempre più imporrà al mondo, similmente a quanto fatto 75 anni fa dagli Stati Uniti d'America, la propria egemonia, fino a quando la lingua di Confucio diverrà ufficialmente ciò che oggi l'Inglese fatica sempre più ad essere: una lingua franca, in grado di garantire quel minimo di informazione senza il quale il mondo globalizzato, come noi tutti lo conosciamo, non può esistere. Quelli come me, a ragion veduta, saranno considerati dei matusa, tutti ripiegati su di una lingua dei tempi che furono, di quando eravamo giovani, esattamente come io ed i miei compagni vedevamo gli insegnanti di Francese negli anni '80, quando l'insorgere del bilinguismo anglosassone cominciava a farsi largo a spallate. Io stesso, quest'oggi, non saprei scrivere il nome di un solo uomo politico cinese – a riprova che la selezione è già cominciata. God save the Queen, musi gialli.

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